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Giornata tipo sulla terra

16 novembre 2016

Il dovere mi si parò dinanzi in tutto il suo essere sconfortante, in comunella con la mia coscienza beh, dopotutto… una coscienzella alle prime armi, ma pur sempre tale da intimarmi “va a faticare, perché la tua mamma ne ha piene le tasche di te, che non fai un un tubo da mane a sera e da sera a mane te ne stai con le mani in mano” e, in preda al panico, uscii di casa. Allibito dalla mia perentoria, seppur tardiva, decisione di cercarmi un lavoro mi spinsi dritto al bar all’angolo, che cercava un garzone, il “Bar Ca’ Mena”. Mi ravviai i capelli ed entrai “salve, c’è don Mario?”
“Perché, chi diavolo lo vuole?” Rispose il barman, mentre serviva due caffè a dei tipi in vestito nero ed espressione tetra. “Beh, vengo per questo” e indicai il cartello del Cercasi ragazzo dall’aria sana, denti puliti e capelli corti. “I capelli, il principale non li sopporta i tipi con i capelli lunghi e… fa vedere un po’, hai anche gli orecchini? Frocetto, eh?”
“Ma no. Adesso li portano tutti, sono alla moda, come questo schianto di bar. Mi sembra di stare a New York,” lanciai d’apertura “perché, tu sei stato in America?” rilanciò raddoppiando la posta il grembiule bianco al di là del bancone, già insolente di prima mattina.
“No, ho visto un bar uguale in un film di Clint Eastwood, un mesetto fa al cinema,” bluffai disinvolto. Il tipo mi squadrò da capo a piedi, sporgendosi fra i due lugubri astanti, a loro volta con lo sguardo fisso nel vuoto. ”Secondo me, non vali due centesimi e una cicca di resto,” disse.
“Potrei almeno parlare con il capo? Chissà, vuoi vedere che, alle volte… magari gli riesco simpatico.”
“Non credo proprio e vuoi sapere il perché?” mi chiese “beh, già che c’è” risposi, “perché il padrone sono io e non accadrà mai che prenda a lavorare uno smidollato patentato quale sei tu, e ti vedo solo da appena cinque minuti.”
“Appunto, magari conoscendomi un po’ meglio…”
“Mi convincerei ancor di più che tu non sei fatto per lavorare. Ho un sesto senso io, nel riconoscere uno scansafatiche e tu ne sei il portavoce, il capo, l’ideologo.”
Touchè,” pensai. Era un tipo perspicace. Mi stavo avviando, sconfitto, verso l’uscita per andare a schiacciare un meritato riposino quando, con voce nasale, uno dei due consumatori di caffeina poggiò la mano sul mio braccio, “giovinotto, a quanto pare lei cerca un lavoro?” Mi chiese guardandomi dritto negli occhi, ma come se continuasse a guardare nel vuoto oltre me. “Si!” Risposi prontamente, “perché?”
“Vuoi venire a lavorare da noi? Siamo a due isolati da qui.”
“Certo” risposi senza pensarci più di tanto, non avendo la più pallida idea di cosa mi aspettasse. “Quando?”
“Vieni domani a quest’ora, noi saremo lì” e, con mia apprensione, sulla faccia del barman s’inchiodò un ghigno malefico. Che gli prendeva? Conosceva i due loschi figuri? Cosa mi avrebbero proposto? Comunque uscii dal bar soddisfatto: avevo un lavoro. Lavoro? Oddio. La fatica. Lo stress, ma che vuoi fare? Nulla! Andai dritto a casa a cercar di riposare il più possibile, finché ero ancora a spasso.
L’indomani, di buon ora, verso le undici condussi, con incedere strascicato, il mio corpo all’indirizzo scritto su di un pezzetto di carta, consegnatomi dai tipi al bar.
“Strano,” pensai “nessun indizio sulla loro attività, né sul lavoro che dovrei intraprendere. Solo la via e il numero civico. Via Due Novembre, numero 66, interno 3bis.”
Svoltato l’angolo, seguendo la numerazione, giunsi a destinazione. Fra una salumeria e una macelleria c’era il mio futuro professionale: un’agenzia di Pompe Funebri. Avrei dovuto immaginarlo, visti i rappresentanti. Perplesso, entrai comunque pensando “con i morti, non dovrebbe esserci tanto da lavorare e poi, non sono dei tipi che fanno tante storie se qualcosa va storto.”
All’interno, classica atmosfera da luogo ove la morte è di casa. Del resto, non poteva essere altrimenti, i parenti dei defunti non sopportano ahimé, anzi, ahiloro ambienti dalle luci forti. Nella penombra si può sempre sperare di scorgere l’anima del caro estinto e, magari, su quest’avvenimento reimpostare la propria vita, integrando qualche credenza in più che aiuti a vivere elaborando il lutto.
Una donna grassa sonnecchiava al di là di una scrivania di legno massiccio, esageratamente intarsiato. Che stesse in contatto con l’aldilà del mondo? Magari per vedere i propri clienti come se la passano? Quasi quasi mi dispiaceva disturbarla, ma non avendo null’altro da fare e preoccupato per l’esito del colloquio, tossicchiai per schiarirmi la voce…
“Eeeh, chi è? Madonna mia bella” sobbalzò la signora, poggiando in fallo un gomito sulla scrivania i cui fregi, ripeto, decisamente eccessivi erano gli stessi che vedevo su alcune bare, in bella mostra nella sala. Mi presentai: “Sono Alfredo Barnelli, Alf per gli amici, sono qui per un colloquio di lavoro con i fratelli…”
“Marduk?” Fece lei, “Marduk?” Feci io, “i fratelli Marduk, senz’altro allude a loro. Fuma?” Protese un braccio ingioiellato verso di me, agitando un pacchetto di sigarette da cui ne presi una. Portandola alla bocca, desideravo accenderla, rovistandomi nelle varie tasche alla ricerca di un accendino. Lei si sporse sulla scrivania, offrendomi un décolleté quarta misura e la fiamma da un accendino a forma di teschio. “Carino” dissi, indicando lo spiritoso oggetto, “già, è un gadget della nostra ditta. Sa, le relazioni con i clienti vanno curate, la concorrenza è spietata. Con la durata della vita che si allunga sempre più, la medicina che fa passi da gigante, insomma, è una guerra all’ultimo sangue.”
Rimasi immobile alle sue parole, con la cenere della sigaretta impietrita anch’essa, ma che suggerì alla donna di procurarmi un posacenere. Spinse verso di me una piccola bara che già avevo notato sulla scrivania. Pensavo fosse un modellino di quelle vere. Con le dita grassocce, inanellate da anelli troppo stretti, tra cui ne spiccava uno a forma di civetta, fece scattare il coperchio dicendo “prego, deponga qui le sue ceneri,” guardandomi fisso negli occhi e… scoppiando in una risata grassa almeno quanto lei, battendo una mano sulla scrivania e con l’altra asciugandosi le lacrime agli occhi. Io mi produssi nel mio miglior sorriso, attendendo che smettesse di ridere. Attesa lunga, perché smise solo dopo qualche minuto, appena fecero il loro ingresso nella stanza i fratelli Marduk. “Donna Matilde, la sua ilarità è decisamente fuori luogo,” esordì uno dei due e precisamente quello con il pizzetto, mentre l’altro aveva due baffetti sottilissimi, lisciati dalla brillantina. “Se non ci fosse stata vivamente raccomandata dal cavalier Battistoni” continuò il primo, “la faremo pentire di comportarsi in questo modo così, così…”
“Così come?”  La donnona, con mossa agilissima, si piazzò fra i due e continuò “così viva? Mentre voi due siete più morti dei morti che imbalsamate. Non facevo nulla di male, non ci sono clienti e cercavo di mettere a proprio agio il ragazzo, qui. Che è tutto impaurito. Lo facevo per sdrammatizzare, visto che se lo assumerete dovrà, purtroppo per lui, lavorare al vostro fianco.” In realtà io, più che preoccupato, assistevo alla scena piuttosto assonnato per la levataccia, “ma proprio perché, forse, sarà un nostro collaboratore, dovremo insegnargli ad avere un comportamento consono alla professione che si accinge a svolgere, non le pare?” Aggiunse il fratello con i baffetti.
“Sì, ma non per questo lo vorrete annoiare a morte sin da ora? Con le facce da menagramo che vi ritrovate, va a finire che da collaboratore ci diventa cliente” e l’allegrona, scoppiando in una nuova fragorosa risata, diede una pacca sulle spalle a baffettino, talmente forte da scompigliargli tutti i capelli impomatati. Costui, rosso in volto per la botta, si accasciò su una sedia, mentre il fratello con il pizzetto andò su tutte le furie, al punto che incespicava a parlare, “co-co-così non si pu-pu-può andare ava-ava-avanti, le-le-le-lei ha oltrepa-passaaa-passaaa-passato ogni limite. Cavalier Babaaa-babaaa-babattisto-sto-stoni o meno, le-le-le-lei è licenzia-nziaaa-nziaaa-nziata!”
Dopo queste straziate parole, che evidentemente non si aspettava di ascoltare, la signora si esibì nel miglior repertorio di insulti che avessi mai udito, “ma grandissimi esumatori di cadaveri putrefatti il cui puzzo al confronto del vostro alito nauseabondo è essenza di rose, sapete cosa dico sulle vostre facce da beccamorti necrofili perché solo un cadavere in decomposizione può trovarvi attraenti: sono io, Donna Matilde, a lasciare questa immonda necropoli, questo cimitero dimora di due zombie scorticati quali voi siete. Mi avete proprio stufato anzi, per dirvela con sciccheria: m’avito scassato o’ cazz!!!”
E detto ciò, presa borsa e paltò, uscì sbattendo la porta a vetri fumè che, ahimè, andò in mille pezzi.
Calò un silenzio di tomba, rotto dal solo ansimare, quasi un rantolo, del balbuziente fratello Marduk col pizzetto, che poi si chiamava Arsenio, mentre l’altro, ancora schiantato sulla sedia, che si massaggiava la spalla dolorante, si chiamava Anselmo.
Io, affaticato per l’accaduto, pensavo a chi me l’avesse fatto fare di abbandonare il mio comodo letto, per buttarmi in una situazione dalle premesse decisamente odiose. Anelavo alla fuga, ma Arsenio Marduk bloccò, sul nascere, qualsiasi tentativo d’evasione, poggiando la sua ossuta mano sulla mia spalla e, fissandomi dritto in mezzo agli occhi, ma come se guardasse la bara alle mie spalle, disse “ragazzo…”
“Alfredo Barnelli, Alf per gli amici,” precisai.
“Si, Alf, tu sei un ragazzo fortunato!”
“Come mai?” Chiesi.
“Perché caschi come il cacio sui maccheroni.”
“In che senso?” Richiesi.
“Nel senso che sei come il prezzemolo su ogni minestra.”
“Si, ma in merito a che?” Cercavo di capire.
“In merito al fatto che capiti a fagiolo.”
“Quindi?”
“Quindi, sei come la ricotta sulla pasta al ragù.”
“Questa è simile a quella del cacio sui maccheroni,” lo interruppe il fratello Anselmo “e quella del prezzemolo ogni minestra non mi sembra giusta per quest’occasione, in quanto è un’espressione valida per chi sta sempre in mezzo, non per chi si trova al posto giusto nel momento giusto. L’unica che andava bene, credo, sia quella del fagiolo, tuttavia anche quella del cacio non era male…” Arsenio Marduk voltò lentamente il viso verso il fratello e, inarcando il sopracciglio destro, disse “vuoi continuare tu? Visto che disponi di un frasario maggiormente forbito del mio? Avanti, vediamo. Cosa stavo per dire?”
“Secondo me, stavi per dire…” esordì Anselmo, ma subito interrotto da Arsenio “no! Non secondo te, dì esattamente le parole che stavo pronunciando, non più o meno il senso di esse.”
Il fratello guardò prima me, poi in alto, quindi la porta a vetri in frantumi e, infine, Arsenio e disse con un tono alquanto stizzito, “ma lo sai che non è possibile, non sono mica nella tua testa.”
“E allora non interrompermi!”
“Ma che importanza ha usare un certo tipo di parole anziché un altro, l’importante è il contenuto.”
“Pazzo scriteriato! Per noi no, l’importante è il contenitore. Infatti vendiamo bare, non cadaveri. Comunque, credo che tu debba andare a rispondere al telefono, ma nell’altra stanza, perché potrebbe essere una telefonata personale.”
Entrambi, io e Anselmo, guardammo l’apparecchio telefonico più muto di un pesce e un punto interrogativo ci si stampò in faccia, che Anselmo tradusse con le parole, “ma il telefono non squilla.”
“Squilla, vai di là” rispose il fratello, ma Anselmo puntualizzò “e, se anche squillasse, potrei sempre rispondere da qui, nel caso.”
“No, ti prego di andare a rispondere di là.”
“Il telefono è muto.”
“Squilla, qualcuno ti cerca.”
“Vedi, alzo la cornetta e all’altro capo non c’è nessuno.”
“Ti sbagli, qualcuno ha l’immediato bisogno di parlare con te personalmente, ti assicuro. Credimi! Non ti ho mai mentito e mai ti mentirei e, poi, parlo per il tuo bene. Potrebbe trattarsi di una questione di vita o di morte.”
“Va bene,” guardando di sbieco il fratello, “ti ascolto e vado di là ma, lo sai, posso anche rispondere da qui. Io non ho segreti per te.”
“Vai,” insistè Arsenio e Anselmo Marduk, mesto in volto, si diresse verso la stanza adiacente, sparendo dietro una porta nera con il cartello Vietato l’ingresso ai non addetti ai cadaveri.
Arsenio mi reinquadrò nei suoi assenti coni visivi e, rendendo gli occhi come due fessure, mi disse senza alcuna esitazione “caro Alf, sei proprio come il formaggio con le pere.”
“Ci risiamo” pensai e dissi “si, le credo. Solo ora mi rendo conto della fortuna che mi sia capitata e” alzandomi in piedi di scatto “dell’immensa opportunità che la vita in questo momento mi stia offrendo.”
“Siii” gongolava Arsenio Marduk, “dici bene, perché il nostro mestiere è sacro. Tutti, prima o poi, avranno bisogno di noi! Non è una questione di gusti, non c’entrano le circostanze e nemmeno la fortuna. Poveri, ricchi, persone serie o cialtroni, chiunque dovrà bussare a questa porta. Ahimè” gettando uno sguardo infuocato ai resti della povera porta a vetri fumè.
“È la ruota della vita, che prima o poi si blocca, lasciando anche il capo degli ottimisti di stucco, i cui familiari, le persone a lui più care, dovranno chiedermi con tono… come dire, gentilmente sussurrato, quasi per non urtare la mia grande sensibilità –gentile signor Marduk, è il commendator Tal dè Tali che mi ha fatto il suo illustre nome,– sai, si fanno sempre raccomandare da qualcuno, –io le chiedo se sia possibile allestire le esequie del nostro caro estinto, che era tanto buono e generoso.– Certo caro, sono cinquemila! Rispondo io, perché di fronte alla morte nessuno fa il taccagno. Si lascia crepare di fame chi è vivo e ti chiede un tozzo di pane per non morire, ma per chi è ormai già morto, non si bada a spese.
Davanti alla morte tutti si calano le brache! E noi caliamo le bare nella fossa. Capisci l’importanza di questo momento, ciò di cui voglio umilmente farti partecipe. L’essenza delle cose che, purtroppo un parente ti capita e non te lo scegli, il mio caro fratello non capisce e mai comprenderà. Lui si lascia impietosire dalle circostanze, dall’altrui dolore e promette sconti. Capisci, sconti sulla morte, ma quando è arrivato il tuo momento Ella non ti risparmia. Non ti concede alcun abbuono. Non si è mai visto alcuno morire a rate!”
Rimasi, nonostante il mio slancio precedente, senza parole. La lucidità di quest’uomo mi sorprendeva. Aveva decisamente ragione, ma qualcosa di sfuggente e, contemporaneamente, di chiaro in me stesso cozzava contro quella che, da sempre, era la mia morale di vita. Insomma, il mio buon senso mi poneva più in accordo con il fratello Anselmo che con Arsenio, il quale, con aria pensierosa, mi disse “bisogna far accomodare quella porta, perché fra un po’ farà sera e caleranno le ombre della notte. Comunque, se sei d’accordo …ti assumo, mi sembri un ragazzo in gamba. Somigli tanto a me quando avevo la tua età, ma sì, con questi riccioli biondi e lunghi, che ti cadono sulle spalle. Ragazzo, sta a sentire quello che sto per dirti, chè ne gioverai per tutta la vita.… Ecco: il cacio, il prezzemolo, le pere, beh… lascia perdere tutto, da questo momento ti nomino primo Agente Mortuario su tutta la zona ovest, con poteri plenari.” E mi fissò con occhi talmente scuri e impenetrabili che, senza pensarci due volte, scattando sull’attenti gli risposi ”grazie signore, sono onorato del compito che mi sta affidando. Spero solo di esserne all’altezza. Sarebbe un rammarico troppo grande deluderla.”
“Ragazzo” riprese quel suo tono melenso, ma deciso “si vede lontano un miglio che tu hai stoffa da vendere. Non per niente in quel bar di cui, tra l’altro, molti clienti sono stati, a loro volta, miei clienti… sai, l’alcol miete molte vittime ed è un mio potente alleato, non ho battuto ciglio invitandoti a venire nella mia agenzia,” inarcando ritmicamente il sopracciglio destro.
Improvvisamente, Anselmo Marduk rientrò nella stanza con aria annoiatissima, “Anselmo” continuò il fratello più accigliato dell’altro, “ci sarebbe da chiamare il vetraio per quella porta,” indicando l’uscio. “Non vorremmo farci cogliere di sorpresa da qualche cliente in questo stato?” E con fare disinvolto, aggiunse che doveva assentarsi un po’ per disbrigare un’importante commissione, ormai non più prorogabile.
Rimanemmo soli io e Anselmo, che scoppiò in lacrime, manco a dirlo, come un vitello abbandonato, “ce l’ha sempre con me. Per quanto io mi sforzi di fare sempre del mio meglio, di assecondarlo in tutto e per tutto, di dedicare interamente la mia vita e ogni momento, ogni istante, ogni attimo, ogni secondo alla nostra attività commerciale, lui ha sempre da ridire su di me. Su qualcosa che ho combinato o che ho omesso di adempiere. Su una pratica sbagliata. Su un preventivo sottostimato. È una tortura, fidati. Ti prego, credimi almeno tu, che sembri un ragazzo così sensibile,” strattonandomi per le spalle. “Siii, somigli tanto a me da giovane, quand’ero un’artista di belle speranze. Con i miei lunghi riccioli biondi, che mi cascavano sulle spalle, mentre adesso ho una vita d’inferno, più di quella che promettiamo ai nostri clienti, portando via ai loro cari tutti quei soldi. Cinquemila minimo per un funerale nemmeno tanto in, con fiori démodé e bara fatta in serie con fattura industriale, realizzata da operai che lavorano a cottimo e senza interesse per quel che producono, basta portare a casa la pagnotta. No! Così non si può andare avanti. Ci vuole più amore per questa professione. Noi accompagniamo, nientedimeno, gli involucri delle anime dei nostri clienti all’aldilà, all’altro mondo, da Dio, ma tu capisci! E quel venale di mio fratello, “cinquemila” non sa dire altro.”
Al che Arsenio, che per tutto il tempo era rimasto dietro l’uscio a origliare, aprì di scatto la porta urlando “ebbene, questo è ciò che hai il coraggio di dire di me di fronte a degli estranei. Cosa ne sappiamo di questo capellone, che ha anche gli orecchini come una femminuccia. E se poi va a seminare zizzania in paese, magari in quel bar dove l’abbiamo incontrato? Con il rischio che i futuri morituri di cirrosi epatica si rivolgano alla concorrenza?”
Mi venne spontaneo dire “se permettete, me ne andrei.”
“No! Tu non ti muovi da qui manco morto,” sibilò un Arsenio inviperito quanto mai. “Beh, proprio da morto prima o poi uscirei da qui, seppur in una bara per andare al cimitero,” pensai.
“Ora, stammi a sentire una volte per tutte,” Arsenio rivolto a un Anselmo più inconiglito che mai, “la tua falsa bontà d’animo, che nasconde una civettuola sensibilità, degna dell’ultima donnicciola del mercato rionale, mi ha talmente stufato, esacerbato, avvilito che ti chiedo, di fronte a terzi, di fare i bagagli e andartene per la tua strada.”
Anselmo tremava come una foglia, mentre il fratello rincarava la dose, “ma che farai? Come camperai? Che non sei altro che un beccamorto di terza categoria! La fuoriserie, gli abiti alla moda, le prime teatrali o all’opera, che hai sempre potuto permetterti, da dove credi siano uscite? Dai morti che io ho seppellito, facendomeli pagare a peso d’oro, da lì sono usciti, ingrato che non sei altro.”
Arsenio, rosso in volto continuava, “non fai altro che sputare sulla bara che sotterri, sulla bara nella quale mangi. La bara che mi opprime il cuore tutti i giorni, perché io tutto avrei voluto fare tranne l’Agente Mortuario, ma nostro padre questo e non altro ci ha tramandato. In punto di morte, mi prese per il bavero e mi disse di prendermi cura di te. Io, tuo fratello maggiore, cough cough,” cominciò a tossire malamente “cough, io non potevo far altro che… cough, proseguire la tradizione familiare, anche per permetterti di continuare gli studi. E cough!”
“Arsenio calmati, lo sai che ti fa male adombrarti in questa maniera. Pensa al soffio al cuore,” aggiunse Anselmo alquanto preoccupato, interrotto dal continuo livore del fratello “io, che vendevo bare di notte per consentire, a te, l’università di giorno e, poi, la doccia fredda della tua rinuncia agli studi e i locali notturni e… tu hai distrutto, cough cough, il mio cuore. Hai fatto di me un derelitt… cough, coff, oddio, non voglio… cough, diventare cliente di me stesso… aaargh!”
Arsenio divenne paonazzo in volto, strabuzzò gli occhi e rovinò maldestramente sulla scrivania, facendo schizzare la bara posacenere in terra. Sussultò, emise tre rantoli, roteò gli occhi di qui e di là, rattrappì le mani e, ancheggiando sincopatamente, spirò. Lutto nefasto cadde e s’avvinghiò ai presenti e agli assenti, che presto intervennero, nelle vesti di un tale chiamato Astor. Di professione lavacadaveri, con un occhio di vetro che, per la sorpresa, gli cadde in terra alla vista del defunto fresco fatto, rotolando in direzione del fratello superstite.
Anselmo lo raccolse e lo squadrò con occhio interrogativo, non per l’oggetto di cristallo in sé, ma per tutto il suo avvenire in bilico come un piano sul quale la biglia della vita, in procinto di rotolare su una superficie fatalmente inclinata, avanzava verso il baratro senza fondo.
Per il precipitarsi degli eventi, un’aritmia al cuore mi fece sudare a profusione e, insomma, era proprio il caso che fuggissi via. Ormai, là non c’era proprio più niente da fare per me, semmai prima ce ne fosse stato e, poi, l’inserviente cominciò a urlare orribili accuse nei miei confronti, “è stato illo, colui ca havo acciso lù mio signore e patrone. Santo ca mi haveva fatto omo, mentre ca io ero nà bestia incoppa a’ stù munno!” Eh si, era proprio giunta l’ora di andare ma, in prossimità della porta, la fuga mi fu impedita dall’entrata di Donna Matilde. Ella si precipitò sull’inanimato cadavere “ho visto tutto, ero di fuori a spiare.”
“È una fissazione” pensai, mentre la donna in ginocchio si disperava. “Arseniuccio mio, adorato amore del mio cuore. Io che ti ho tanto amato, mentre questo fedifrago di tuo fratello mi tastava continuamente il sedere a tua insaputa. Morirai!” Indicando Anselmo con dito accusatore “e trascorrerai l’eternità fra mille fiamme, che bruceranno quel tuo virgulto striminzito che ti ritrovi fra le gambe. Mai, hai avuto il coraggio di porgermelo invece di darlo alle donnacce che frequentavi, mentre, sigh, il tuo caro estinto fratello, tante volte aveva fatto profferta di donarmi il suo, duro come legno di ramino diceva, ma sempre rimandando perché costretto a spalar cadaveri per mantenere te. Mentecatto! Me l’avrebbe offerto su un piatto d’argento. Oh si,… così sarebbe stato se non fosse prima spirato per colpa tua. Oooh mon Dieu” in un francese assolutamente fuori luogo in quel momento altrettanto fuori da qualunque luogo umanamente immaginabile, “mamma mia, dovrò pur andar via” m’imposi. “Tu, c’hai acciso di tolore il mio patrone. Ventetta, atrocia ventetta…” ricominciò Astor, riponendo con foga nella propria orbita, ma al contrario, l’occhio di vetro scippato dalle mani del Marduk sopravvissuto, “ma che diavolo dici? Io non c’entro nulla, sono qui per caso. Altro che cavolo a merenda…” urlai spaventato. “Ecco il modo di dire appropriato” intervenne Anselmo, “peccato che non possa mai più suggerirlo al mio caro estinto.”
“L’hai fatto morire tu perché eri geloso,” insisteva Donna Matilde.”
“Tu, morisci tra le palle ti foco tell’inferno, Satanasso,” urlava come un orco Astor lo sguercio, avanzando verso di me brandendo un ascia insanguinata da chissà quale cadavere amputato.
“Qua, fra poco, rischio di diventare concime per le aiuole del cimitero” fu il caso di pensare, inforcando la stramazzata porta a vetri.
In un istante, fui fuori da quella gabbia di matti. “Mio Dio, non che fosse così necessario dover lavorare,” pensai “potevo ancora vivere dei risparmi dei miei e…“ un sonno, ma un tale sonno mi assalì e una tale stanchezza mi prese alle gambe, per la sola fatica di pensar di lavorare. “Figuriamoci se lavorassi per davvero,” ne dedussi.

Alfredo Barnelli

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Il tallone d’Achille

13 novembre 2016

Achille era un ragazzo d’oro o meglio, di ferro placcato in oro. Tutti gli volevano bene, ma aveva un sol difetto: se lo facevi arrabbiare, anche per futili motivi, ti prendeva a tallonate in faccia. Ti picchiava a tallonate, si! Proprio così, a tallonate e non pensate che stia esagerando, che abbia voglia di attirare la vostra attenzione con un incipit eccessivo, perché la storia narrava proprio così…
Achille era un ragazzo normalissimo. Né magro né grasso, né alto né basso, né bello né brutto, le ragazze dicevano di lui che fosse brullo. Insomma, sarebbe passato del tutto inosservato se non fosse stato per il tallone sinistro di misure spropositate, ma talmente spropositate che i genitori, i coniugi Peleo, gli fecero confezionare un paio di scarpe speciali. La parte anteriore della scarpa sinistra venne realizzata in cuoio da un abile calzolaio, che fabbricò anche la scarpa destra, mentre la parte posteriore fu prodotta in acciaio dalle Mascalcie Riunite, la Premiata Ditta dello stimato commendator Manlio Scalco Teucro, suo cuginastro.
Costui, abile maniscalco sin dall’adolescenza, quasi per dono del divino Efesto, da una piccola bottega di paese era passato, con anni di duro lavoro dei suoi operai, a diventare il padrone delle più grandi ferriere della regione. L’acciaio era la sua passione e d’acciaio era anche, come dicevo, la parte posteriore della scarpa sinistra di Achille. Un prodigio della tecnica: era dotata di due grandi ruote anch’esse in acciaio, ma ricoperte di battistrada in resistente caucciù, collegate l’una all’altra da un possente asse balestrato, per attutire i colpi inferti dal gigantesco tallone al povero selciato, incolpevole di dover subire tale prova di resistenza strutturale al passaggio del ragazzino.
Le cose furono difficili sin dall’inizio. Achille fu costretto a dover collaudare su strada il carrello, per avere l’autorizzazione a circolare. Una sorta di patente, ma non poteva andare in tangenziale, nonostante fosse dotato di luci posteriori e segnaletica regolamentare, come gli indicatori di direzione lampeggianti… le frecce, insomma. Aveva anche l’obbligo di tenere il triangolo e il giubbotto catarifrangente nel bagagliaio, in caso di guasto o che bucasse una ruota.
Dapprincipio, il suo passaggio bloccava il traffico in paese, Mirmidonia. Poi i suoi concittadini, detti i mirmidoni, si organizzarono. Il sindaco istituì una speciale ZTL, la Zona a Tallone Limitato, che vietava la circolazione ai talloni oltre una certa cilindrata.
Il motivo per cui Achille avesse un simile tallone? Mah, nella contrada nessuno lo sapeva. Circolavano molte teorie, alcune delle quali divennero vere e proprie leggende che ne valicarono i confini, altre restarono al livello di chiacchiere da bar. Il bar del paese, il Bar Zelletta, per l’appunto. Il ritrovo di tutti i paesani dopo una dura giornata di lavoro nei campi o in fonderia. Gestito da Tony Zelletta, ex capellone giramondo, era il vero centro del paese e, ovviamente, la ribalta del commendator Manlio Scalco, abile narratore di storie, dalle cui labbra carnose pendevano tutti gli astanti. Inarrestabile nel teorizzare le cause più astruse dell’abnorme crescita del tallone sinistro del cuginastro.
Un suo cavallo di battaglia era la storia di una tal sora Ilizia, la levatrice intervenuta al momento della nascita di Achille. Raccontava il commendatore che avesse acchiappato, questo fu il termine esatto, il nascituro con il forcipe prendendolo proprio per il tallone sinistro. Nelle serate in cui aveva alzato un po’ il gomito, quando era maggiormente in vena di fantasie, aggiungeva che la levatrice fosse stata costretta a utilizzare il forcipe perché il neonato non voleva uscire dal grembo materno, al quale si aggrappava con entrambe le manine e che, una volta nato, tentò persino di strozzarla col cordone ombelicale.
Altre volte era solito raccontare del mancamento, forse per l’emozione della nascita, di una zia materna del cuginastro, tal zia Filira. Per un giramento di capo, pare che ella si sedette con tutto il suo elevato peso corporeo proprio sul piccolo talloncino d’Achille, che da allora fu affetto dal tallone del gigante Damiso, malattia riportata negli studi del dottor Chirone, il medico condotto. La zia Filira era di fianchi larghi e possenti, si dice schiacciasse le noci stringendole fra i glutei. “Una volta,” raccontava il commendatore, “un tizio mi confidò di averla vista frantumare, con le natiche, un ciottolo di fiume per svagarsi un po’, mentre lavava i panni al torrente.”
Fatto sta, che Achille più cresceva, più cresceva il suo tallone. E più cresceva il suo tallone, più in Achille cresceva un senso di frustrazione, a detta degli altri, immotivata. Era sempre nervoso, s’infuriava per un nonnulla. Non capiva quanto le persone vicine facessero per lui, per aiutarlo. Come i giochi in legno che gli costruiva il nonno, don Nereo detto il Nonnereo. Bellissimi, tutti i bimbi del paese li invidiavano e proprio non si riusciva a capire perché Achille fosse sempre agitato, quando il suo caro nonno, cieco come una talpa, amorevolmente li costruiva, levigando, segando e martellando proprio lì, accanto al suo benamato nipotino. Più vicino al suo tallone, che ad Achille, in verità.
Il culmine del nervosismo, Achille lo raggiunse quando il Nonnereo comprò il trapano elettrico. Il bambino si alterò come un cane rabbioso. In quattro non riuscirono a trattenerlo. “Ecco, osservate questa foto,” i presenti nel bar si disposero in cerchio attorno a Manlio Scalco. “Guardate, guardate le espressioni dell’ira stampate sul volto del ragazzo. Guardate l’ira d’Achille!” Nestore, il metronotte del paese, si avvicinò curioso al gruppetto di persone, chiese umilmente di poter osservare la foto, l’avvicinò agli occhi acquosi e pronunciò, “ma qual ira e ira… commendatò, a me me pare terrore!” Il padrone delle ferriere gli strappò la foto dalle dita ingiallite dal troppo fumo. “Io non capisco,” incalzò guardando di sbieco il vecchio guardiano, “non capisco proprio come era possibile…” colpendo con l’indice teso la foto, “come era possibile che il ragazzo non capisse… non capisse il bene che gli volevano i suoi cari,” disse ripetendo due volte i concetti più profondi del suo pensiero. “Non capisse il bene che gli volevano i suoi genitori quando decisero di trasferirlo nella dependance di famiglia, che il ragazzo, ingrato, si ostinava a chiamare porcile.” Alzando l’indice accusatore in alto, a sottolineare la gravità dell’insulso atteggiamento del cuginastro, “ma se i maiali li avevano spostati nella sua vecchia stanzetta? Perché, allora… il ragazzo si ostinava a non capire, a non capire?” E il commendatore, solitamente a questo punto della storia, si accasciava sul bancone, mentre gli altri avventori tentavano di rinquorarlo e Tony Zelletta gli versava da bere. Lo rinquorava a modo suo, con un presa di liquore, lo linquorava.
I genitori di Achille dicevano che il suo trasferimento nel porc… ehm, nella dependance di famiglia fu un atto dovuto, obbligato per la tranquillità e la comodità del ragazzo. La nuova dimora era un po’ strettina, anche se, per la verità, Achille c’entrava quasi tutto. Quasi, perché l’ormai smisurato tallone ne rimaneva fuori. All’addiaccio! Ed era pieno inverno. E lì nevicava forte. Anzi, ghiacciava. E la temperatura scendeva intorno ai diciotto gradi sotto zero. E durante le frequenti burrasche i fulmini si abbattevano sul bosco, attirati dagli enormi pini secolari grondanti gelida pioggia. Pini che rovinavano al suolo fragorosamente, spaccati nel cuore del tronco dalle saette. E più ne cascavano più la collina lì accanto, il monte Pelio, disboscato franava rovinosamente, trascinando a valle fiumi di fango e di detriti. E il porc… e dalle, la dependance di famiglia era situata proprio ai piedi del monte. Dove, spesso, i paesani vedevano aggirarsi, digrignando i lunghi denti a sciabola, un branco di lupi affamati dalla penuria di prede montane. Qualcuno, quell’anno tremendo, disse di aver intravisto persino un paio di orsi bruni inferociti.
In effetti, fu un inverno un po’ duretto per Achille. Soprattutto perché vedeva i suoi solo una volta alla settimana, quando andavano a portargli il pastò… ehm, il cibo. Questo fatto lo innervosiva moltissimo e non se ne capiva il motivo. Si agitava, sfrenesiava da dietro l’uscio, appena socchiuso. Guardava i suoi cari e soffriva per la loro mancanza durante tutta la settimana? Mah, di fatto si dimenava appena arrivava l’adorato Nonnereo, che parcheggiava il furgoncino proprio lì, vicino al sinistro tallone. Beh, si sapeva che il vecchio non fosse un asso del volante. Anzi, per la verità non era mai riuscito a prendersi la patente, forse il nipote era in pena per lui, che andasse rovinosamente a sbattere rischiando di farsi del male?
Quando, finalmente, venne la primavera l’acqua dei ghiacciai montani, sciolti per l’innalzarsi della temperatura, andarono a ingrossare il fiume Stige, che esondò inondando il porc… ancora, proprio non si riesce d’evitare il lapsus, la dependance di famiglia che fu letteralmente travolta. L’acqua, però, non proseguì a valle la sua corsa, ma si arrestò dinanzi al tallone d’Achille, che fece da diga. In un primo momento, il ragazzo fu benedetto dai suoi concittadini, ma dopo circa tre giorni, il livello dell’acqua era paurosamente salito, allagando tutta la parte alta della valle. Fu una catastrofe, quando Achille spostò il piede per grattarsi sotto il tallone. Centinaia di migliaia di litri d’acqua e fango si rovesciarono sul paese, inondando tutto e tutti. Ci furono molti feriti, oltre a decine di dispersi. In pratica mezza cittadinanza restò senza casa. Il Nonnereo accusò il nipote d’esser stato la causa dell’alluvione.
Quest’episodio aizzò la folla contro Achille, nonostante il metronotte Nestore andasse cianciando che il porc… e basta, la dependance il Nonnereo non avrebbe dovuto costruirla proprio nel letto del fiume Scamandro. Centinaia di persone, armate di forconi e badili, s’incamminarono verso il monte Pelio, con il nonno in testa. Il ragazzo venne, non senza difficoltà, accerchiato. Avevano tutti gli occhi iniettati di sangue, alcuni s’iniettavano dosi massicce di cocaina per farsi coraggio, più che altro per farsi e basta. Altri cominciarono a organizzare un rogo, ma nonostante si sforzassero di accatastare tronchi e rami, non riuscivano a coprire per intero il tallone d’Achille. Altri arrivarono con le ruspe, mentre a qualche centinaio di metri dalla linea del fronte si attestò l’artiglieria pesante. Essa, in un primo momento composta da una qualche decina di vecchi mortai, davvero terra terra, pare della Seconda guerra mondiale, dopo il vertice dei sette ministri della difesa del G7 più il Nonnereo, il G7 e mezzo, vennero sostituiti da venti lanciamissili terra aria di ultima generazione. L’aviazione scese in campo, sorvolando i cieli blu, con dieci F16 armati di missili a testata nucleare.
La folla, diventata oceanica, urlava inferocita terribili offese alla volta di Achille, tutte suggerite da suo nonno, a cui riusciva davvero facile inventare oscenità varie tutte in rima con tallone. Il culmine dell’odio nei confronti del ragazzo si ebbe quando tre aerei, pilotati da altrettanti giovani avieri, nell’impeto di mitragliare il sinistro tallone si scontrarono tra loro. Una tragedia! Il Nonnereo ebbe l’idea, nemmeno tanto originale, ma a detta di tutti decisamente geniale, di far schiacciare i talloni di dieci amici di Achille per ogni pilota abbattuto. L’iniziativa, però, naufragò miseramente per l’impossibilità di reperire trenta amici del ragazzo, che in realtà non ne aveva mai avuto uno. E nemmeno ci si poteva rifare sulla sua famiglia che, dall’inizio delle ostilità, si era subito schierata con la maggioranza per niente silenziosa.
Infatti, facevano un casino del diavolo. Intorno al campo di battaglia era nato un vero e proprio parco dei divertimenti. Bancarelle di torrone, tiro al segno, la casa degli orrori, la ruota panoramica da cui ammirare le manovre militari. Le televisioni di tutto il mondo riprendevano in diretta ventiquattro ore su ventiquattro, tenendo tutti gli abitanti della terra con il fiato sospeso. Twitter e Facebook impazzivano. Manifestazioni antitallone si organizzarono in ogni dove. Fu a questo punto che il governo in carica decise di adottare il pugno di ferro. Varò una legge speciale per abbattere il tallonismo d’Achille, termine coniato dal Nonnereo, suscitando l’approvazione di tutta la comunità mondiale. L’Onu decretò tre risoluzioni anti-tallone e indisse l’embargo anti-timodore, sostanza di cui Achille aveva un bisogno incessante per rinfrescarsi il tallone. Amnesty International protestò e indisse una marcia in commemorazione dei tre piloti morti nell’adempimento del proprio dovere. Il WWF proclamò la giornata mondiale per abbattere l’innalzamente del tallone, capace di provocare maree e, di conseguenza, devastanti tzunami in Oceania.
La situazione, nonostante tutto, per grazia di dio era sotto controllo. Achille era visibilmente in difficoltà, tallonato dal modo intero, ma fu in quel momento che il ragazzo perse la pazienza. Appena infastidito dalle azioni sino a quell’istante giustamente perpretate nei suoi confronti, compreso il lancio di bombe nucleari che devastarono l’intera zona rendendola, ormai, invivibile per secoli, appena un ragazzino gli tirò un sasso con la fionda perse inspiegabilmente la calma ed ebbe una reazione spropositata. Achille si aprì un varco a tallonate tra la folla terrorizzata. Sembrava uno di quei vecchi film giapponesi di mostri: Il ritorno del mostro Calcagno oppure Il tallone assassino!
Il ragazzo prese in ostaggio il Nonnereo, chiedendo di essere trasportato su un’isola deserta, in cui poter vivere in solitudine. Le autorità, vigliaccamente, accettarono. Alcuni dicono che bleffassero, facendo finta di assecondare Achille per poi gettarlo nell’Etna in piena eruzione. Altri dicono che effettivamente lo portarono su un’isola tutt’ora top secret.
Il Nonnereo, dopo che gli vennero conferite tutte le onorificenze possibili e immaginabili persino da un tipo ricco di fantasia, fondò il PACE, Partito Anti-Calcagno Europeo, con il quale si presentò alle successive elezioni europee stravincendole.
Di Achille non si seppe più nulla e a nessuno dispiacque, ma a me si, che non so come terminare questo racconto. Bah, vediamo che si dice in Internet… e che è successo qua? Fammi zoomare… uà, tzunami in Giappone, ignote le cause!

Homer Quantebello

Ma che freddo fa, ma che freddo che fa

5 novembre 2016

Investito da repentino quanto irrefrenabile desiderio di gelato al limone, fischiettando l’allegro motivetto del pulcino di Gabbro “d’inverno il sole stanco / a letto presto se ne va / non ce la fa più / non ce la fa più / la notte adesso scende / con le sue mani fredde su di me / ma che freddo fa / ma che freddo fa” apro la cella del frigo e getto un’occhiata all’interno. Il mio sguardo congela l’istante e all’istante nella cella dove sono imprigionati, da anni, i desideri gastronomici che congelai tempo fa. Ormai ghiacciati, è pur giunto il momento di causarne lo scioglimento. Rovisto con la mano fra sacchetti dal contenuto indefinito, sconosciuto, con le etichette scolorite, dalle parole irriconoscibili scritte con calligrafia illeggibile da mano tremante e il giudizio incerto per un dubbio sovrastante: ma che cazzo ho cucinato? Dubbio infugabile ma congelabile. Per identificarne la sostanza dovrei scongelarne qualcuno e analizzarlo, ma… ad anni di distanza, se poi il contenuto non sarà più di mio gradimento? Gli alimenti, una volta scongelati, non si possono ricongelare più, se no ti viene il cancro, almeno così dicevano in tivvù, ora lo dicono in internet. Quindi, la mia ricerca prosegue verso i ghiaccioli ignoti, fra le lande sconfinate del mio freezer. Vere e proprie distese ghiacciate, che nascondono etti ed etti di cibo. C’è anche un sacchetto contenente un jeans, sarà di Lucilla. Li congela per non lavarli, anche questo l’avrà letto in internet. La nuova bibbia, però scritta un po’ da tutti, prima della scadenza indicata sul retro di ciascuno di noi. Siamo tutti umani bibliodegradabili! Intanto continuo a rovistare con la mano infreddolita, dai bianchi polpastrelli come callo di medusa da una vita in ammollo, ma non trovo l’agognato sorbetto. Mi avvicino di più con il mento all’altezza della base del freezer. La frescura mi carezza il volto, è piacevole in queste calde ore pomeridiane, come è piacevole avvicinare la bocca al ghiaccio e inspirarne il gelo, tirare fuori la lingua e assaggiare la superficie refrigerata, mentre il paesaggio appare completamente bianco, sorta di pack casalingo immerso nel whiteout antartico quattro stelle, nella cui nebbia perdermi in un agghiacciante riverbero da sogno… ma un evento mi riporta alla ben più fredda realtà.
“Nn poto moveve pù a’ ingua, è ‘ncoada a’ feezev… mmmh, che dovove.” Sono lì, come un deficiente incollato con la lingua alla brina congelata, impossibilitato a muovermi. “Che situazione,” penso e più mi dimeno più la mia lingua resta attaccata al freezer, ormai sempre più recluzer. Sbraccio all’indietro per cercare di prendere qualche oggetto, che mi sia utile per staccare la mia appendice, ma sembrano tutti fuori portata delle mie braccia, irrimediabilmente corte. “Eccola” penso, sbirciando di sottecchi la schiumarola. “Ci stacco gli hamburger attaccati al fondo bruciacchiato della padella…” rifletto. Intanto la mia lingua è diventata viola, la tocco con le dita, ma è del tutto insensibile, come una scaloppina morta. Afferro forte il frigo con le mani dalle nocche sbiancate per la presa da flipperista consumato e comincio a sbatterlo, con il solo risultato di rischiare il tilt e perdere la partita e la lingua, strappata dalla mia bocca dalla caduta rovinosa dell’elettrodomestico… no, devo smetterla con quest’idea sballata di far ballare il frigo. La lingua non si stacca, non dovevo metterla proprio lì, eppure sono un tipo taciturno, non metto mai lingua, mi faccio i fatti miei. Di certo, ora è venuto il turno di tacere per un bel po’, spero non per sempre. Intanto trilla il cellulare, ma se la suona da solo di là, a debita distanza nell’altra stanza, come sempre dal giorno in cui l’ho acquistato. Poi lo chiamano portatile, se fosse tale di fatto e non solo di nome l’avrebbero dotato di un gancio, di una ventosa da far aderire a pressione al proprio corpo, in modo da averlo sempre a portata di mano o meglio, d’orecchia. Invece no, l’ho lasciato di là, probabilmente sul sofà e ora che mi occorre per una questione di vita o di morte se ne infischia e fischia l’orribile motivetto della suoneria che ha scelto Lucilla, che sia proprio lei? Magari, potrebbe aiutarmi a staccare la spina al frigo e farmi compagnia in attesa di liberarmi dalla presa dei ghiacci.
È il mio destino, le lingue sono sempre state il mio cruccio, in inglese andavo assai maluccio e… sto vaneggiando, oltre la lingua mi si sta congelando anche il naso e in esso il moccio ivi contenuto, che son solito tirar su, si… tirar su col moccio di rushdiana memoria, tirar col naso il moccio fin su nel cervello. Quindi, mi si sta congelando la materia grigia! Anche in questa materia a scuola andavo assai maluccio, un somaro matricolato rimasto per sempre allo stadio di matricola, gareggiando con l’istituzione scolastica nell’intento di abbandonare gli studi prematuramente prima che quelli m’avessero fatto diventar scemo del tutto. “Chissà chi ha vinto,” rimugino ora, mentre la lingua ormai non so più cosa sia, non m’appartiene più, gira in slitta da canini sul pack di surgelati Fintus, tipo “Quattro saraghi e una patella”. Piango lacrime di ghiaccio quando suonano alla porta. Un sussulto mi prende in pieno e comincio a sbraitare in linguaggio zeppoluto che sono in un mare del nord di guai, ma la mia voce somiglia al guaire del cane della vicina. Magari è lei con il suo amico a quattro zampe, forse un cane da soccorso, che mi tirerà in slitta verso il campo base, dove i miei compagni d’avventura accenderanno un fuoco per farmi scongelare e riprendere i sensi… che pian piano sento di perdere, come parte della faccia, già persa moralmente per la cazzata immane che sto compiendo.

Arma (Bianca) Duck


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