Conti e acconti di racconti

I consigli di nonna Amelia ©©

Giornata tipo sulla terra

Il dovere mi si parò dinanzi in tutto il suo essere sconfortante, in comunella con la mia coscienza beh, dopotutto… una coscienzella alle prime armi, ma pur sempre tale da intimarmi “va a faticare, perché la tua mamma ne ha piene le tasche di te, che non fai un un tubo da mane a sera e da sera a mane te ne stai con le mani in mano” e, in preda al panico, uscii di casa. Allibito dalla mia perentoria, seppur tardiva, decisione di cercarmi un lavoro mi spinsi dritto al bar all’angolo, che cercava un garzone, il “Bar Ca’ Mena”. Mi ravviai i capelli ed entrai “salve, c’è don Mario?”
“Perché, chi diavolo lo vuole?” Rispose il barman, mentre serviva due caffè a dei tipi in vestito nero ed espressione tetra. “Beh, vengo per questo” e indicai il cartello del Cercasi ragazzo dall’aria sana, denti puliti e capelli corti. “I capelli, il principale non li sopporta i tipi con i capelli lunghi e… fa vedere un po’, hai anche gli orecchini? Frocetto, eh?”
“Ma no. Adesso li portano tutti, sono alla moda, come questo schianto di bar. Mi sembra di stare a New York,” lanciai d’apertura “perché, tu sei stato in America?” rilanciò raddoppiando la posta il grembiule bianco al di là del bancone, già insolente di prima mattina.
“No, ho visto un bar uguale in un film di Clint Eastwood, un mesetto fa al cinema,” bluffai disinvolto. Il tipo mi squadrò da capo a piedi, sporgendosi fra i due lugubri astanti, a loro volta con lo sguardo fisso nel vuoto. ”Secondo me, non vali due centesimi e una cicca di resto,” disse.
“Potrei almeno parlare con il capo? Chissà, vuoi vedere che, alle volte… magari gli riesco simpatico.”
“Non credo proprio e vuoi sapere il perché?” mi chiese “beh, già che c’è” risposi, “perché il padrone sono io e non accadrà mai che prenda a lavorare uno smidollato patentato quale sei tu, e ti vedo solo da appena cinque minuti.”
“Appunto, magari conoscendomi un po’ meglio…”
“Mi convincerei ancor di più che tu non sei fatto per lavorare. Ho un sesto senso io, nel riconoscere uno scansafatiche e tu ne sei il portavoce, il capo, l’ideologo.”
Touchè,” pensai. Era un tipo perspicace. Mi stavo avviando, sconfitto, verso l’uscita per andare a schiacciare un meritato riposino quando, con voce nasale, uno dei due consumatori di caffeina poggiò la mano sul mio braccio, “giovinotto, a quanto pare lei cerca un lavoro?” Mi chiese guardandomi dritto negli occhi, ma come se continuasse a guardare nel vuoto oltre me. “Si!” Risposi prontamente, “perché?”
“Vuoi venire a lavorare da noi? Siamo a due isolati da qui.”
“Certo” risposi senza pensarci più di tanto, non avendo la più pallida idea di cosa mi aspettasse. “Quando?”
“Vieni domani a quest’ora, noi saremo lì” e, con mia apprensione, sulla faccia del barman s’inchiodò un ghigno malefico. Che gli prendeva? Conosceva i due loschi figuri? Cosa mi avrebbero proposto? Comunque uscii dal bar soddisfatto: avevo un lavoro. Lavoro? Oddio. La fatica. Lo stress, ma che vuoi fare? Nulla! Andai dritto a casa a cercar di riposare il più possibile, finché ero ancora a spasso.
L’indomani, di buon ora, verso le undici condussi, con incedere strascicato, il mio corpo all’indirizzo scritto su di un pezzetto di carta, consegnatomi dai tipi al bar.
“Strano,” pensai “nessun indizio sulla loro attività, né sul lavoro che dovrei intraprendere. Solo la via e il numero civico. Via Due Novembre, numero 66, interno 3bis.”
Svoltato l’angolo, seguendo la numerazione, giunsi a destinazione. Fra una salumeria e una macelleria c’era il mio futuro professionale: un’agenzia di Pompe Funebri. Avrei dovuto immaginarlo, visti i rappresentanti. Perplesso, entrai comunque pensando “con i morti, non dovrebbe esserci tanto da lavorare e poi, non sono dei tipi che fanno tante storie se qualcosa va storto.”
All’interno, classica atmosfera da luogo ove la morte è di casa. Del resto, non poteva essere altrimenti, i parenti dei defunti non sopportano ahimé, anzi, ahiloro ambienti dalle luci forti. Nella penombra si può sempre sperare di scorgere l’anima del caro estinto e, magari, su quest’avvenimento reimpostare la propria vita, integrando qualche credenza in più che aiuti a vivere elaborando il lutto.
Una donna grassa sonnecchiava al di là di una scrivania di legno massiccio, esageratamente intarsiato. Che stesse in contatto con l’aldilà del mondo? Magari per vedere i propri clienti come se la passano? Quasi quasi mi dispiaceva disturbarla, ma non avendo null’altro da fare e preoccupato per l’esito del colloquio, tossicchiai per schiarirmi la voce…
“Eeeh, chi è? Madonna mia bella” sobbalzò la signora, poggiando in fallo un gomito sulla scrivania i cui fregi, ripeto, decisamente eccessivi erano gli stessi che vedevo su alcune bare, in bella mostra nella sala. Mi presentai: “Sono Alfredo Barnelli, Alf per gli amici, sono qui per un colloquio di lavoro con i fratelli…”
“Marduk?” Fece lei, “Marduk?” Feci io, “i fratelli Marduk, senz’altro allude a loro. Fuma?” Protese un braccio ingioiellato verso di me, agitando un pacchetto di sigarette da cui ne presi una. Portandola alla bocca, desideravo accenderla, rovistandomi nelle varie tasche alla ricerca di un accendino. Lei si sporse sulla scrivania, offrendomi un décolleté quarta misura e la fiamma da un accendino a forma di teschio. “Carino” dissi, indicando lo spiritoso oggetto, “già, è un gadget della nostra ditta. Sa, le relazioni con i clienti vanno curate, la concorrenza è spietata. Con la durata della vita che si allunga sempre più, la medicina che fa passi da gigante, insomma, è una guerra all’ultimo sangue.”
Rimasi immobile alle sue parole, con la cenere della sigaretta impietrita anch’essa, ma che suggerì alla donna di procurarmi un posacenere. Spinse verso di me una piccola bara che già avevo notato sulla scrivania. Pensavo fosse un modellino di quelle vere. Con le dita grassocce, inanellate da anelli troppo stretti, tra cui ne spiccava uno a forma di civetta, fece scattare il coperchio dicendo “prego, deponga qui le sue ceneri,” guardandomi fisso negli occhi e… scoppiando in una risata grassa almeno quanto lei, battendo una mano sulla scrivania e con l’altra asciugandosi le lacrime agli occhi. Io mi produssi nel mio miglior sorriso, attendendo che smettesse di ridere. Attesa lunga, perché smise solo dopo qualche minuto, appena fecero il loro ingresso nella stanza i fratelli Marduk. “Donna Matilde, la sua ilarità è decisamente fuori luogo,” esordì uno dei due e precisamente quello con il pizzetto, mentre l’altro aveva due baffetti sottilissimi, lisciati dalla brillantina. “Se non ci fosse stata vivamente raccomandata dal cavalier Battistoni” continuò il primo, “la faremo pentire di comportarsi in questo modo così, così…”
“Così come?”  La donnona, con mossa agilissima, si piazzò fra i due e continuò “così viva? Mentre voi due siete più morti dei morti che imbalsamate. Non facevo nulla di male, non ci sono clienti e cercavo di mettere a proprio agio il ragazzo, qui. Che è tutto impaurito. Lo facevo per sdrammatizzare, visto che se lo assumerete dovrà, purtroppo per lui, lavorare al vostro fianco.” In realtà io, più che preoccupato, assistevo alla scena piuttosto assonnato per la levataccia, “ma proprio perché, forse, sarà un nostro collaboratore, dovremo insegnargli ad avere un comportamento consono alla professione che si accinge a svolgere, non le pare?” Aggiunse il fratello con i baffetti.
“Sì, ma non per questo lo vorrete annoiare a morte sin da ora? Con le facce da menagramo che vi ritrovate, va a finire che da collaboratore ci diventa cliente” e l’allegrona, scoppiando in una nuova fragorosa risata, diede una pacca sulle spalle a baffettino, talmente forte da scompigliargli tutti i capelli impomatati. Costui, rosso in volto per la botta, si accasciò su una sedia, mentre il fratello con il pizzetto andò su tutte le furie, al punto che incespicava a parlare, “co-co-così non si pu-pu-può andare ava-ava-avanti, le-le-le-lei ha oltrepa-passaaa-passaaa-passato ogni limite. Cavalier Babaaa-babaaa-babattisto-sto-stoni o meno, le-le-le-lei è licenzia-nziaaa-nziaaa-nziata!”
Dopo queste straziate parole, che evidentemente non si aspettava di ascoltare, la signora si esibì nel miglior repertorio di insulti che avessi mai udito, “ma grandissimi esumatori di cadaveri putrefatti il cui puzzo al confronto del vostro alito nauseabondo è essenza di rose, sapete cosa dico sulle vostre facce da beccamorti necrofili perché solo un cadavere in decomposizione può trovarvi attraenti: sono io, Donna Matilde, a lasciare questa immonda necropoli, questo cimitero dimora di due zombie scorticati quali voi siete. Mi avete proprio stufato anzi, per dirvela con sciccheria: m’avito scassato o’ cazz!!!”
E detto ciò, presa borsa e paltò, uscì sbattendo la porta a vetri fumè che, ahimè, andò in mille pezzi.
Calò un silenzio di tomba, rotto dal solo ansimare, quasi un rantolo, del balbuziente fratello Marduk col pizzetto, che poi si chiamava Arsenio, mentre l’altro, ancora schiantato sulla sedia, che si massaggiava la spalla dolorante, si chiamava Anselmo.
Io, affaticato per l’accaduto, pensavo a chi me l’avesse fatto fare di abbandonare il mio comodo letto, per buttarmi in una situazione dalle premesse decisamente odiose. Anelavo alla fuga, ma Arsenio Marduk bloccò, sul nascere, qualsiasi tentativo d’evasione, poggiando la sua ossuta mano sulla mia spalla e, fissandomi dritto in mezzo agli occhi, ma come se guardasse la bara alle mie spalle, disse “ragazzo…”
“Alfredo Barnelli, Alf per gli amici,” precisai.
“Si, Alf, tu sei un ragazzo fortunato!”
“Come mai?” Chiesi.
“Perché caschi come il cacio sui maccheroni.”
“In che senso?” Richiesi.
“Nel senso che sei come il prezzemolo su ogni minestra.”
“Si, ma in merito a che?” Cercavo di capire.
“In merito al fatto che capiti a fagiolo.”
“Quindi?”
“Quindi, sei come la ricotta sulla pasta al ragù.”
“Questa è simile a quella del cacio sui maccheroni,” lo interruppe il fratello Anselmo “e quella del prezzemolo ogni minestra non mi sembra giusta per quest’occasione, in quanto è un’espressione valida per chi sta sempre in mezzo, non per chi si trova al posto giusto nel momento giusto. L’unica che andava bene, credo, sia quella del fagiolo, tuttavia anche quella del cacio non era male…” Arsenio Marduk voltò lentamente il viso verso il fratello e, inarcando il sopracciglio destro, disse “vuoi continuare tu? Visto che disponi di un frasario maggiormente forbito del mio? Avanti, vediamo. Cosa stavo per dire?”
“Secondo me, stavi per dire…” esordì Anselmo, ma subito interrotto da Arsenio “no! Non secondo te, dì esattamente le parole che stavo pronunciando, non più o meno il senso di esse.”
Il fratello guardò prima me, poi in alto, quindi la porta a vetri in frantumi e, infine, Arsenio e disse con un tono alquanto stizzito, “ma lo sai che non è possibile, non sono mica nella tua testa.”
“E allora non interrompermi!”
“Ma che importanza ha usare un certo tipo di parole anziché un altro, l’importante è il contenuto.”
“Pazzo scriteriato! Per noi no, l’importante è il contenitore. Infatti vendiamo bare, non cadaveri. Comunque, credo che tu debba andare a rispondere al telefono, ma nell’altra stanza, perché potrebbe essere una telefonata personale.”
Entrambi, io e Anselmo, guardammo l’apparecchio telefonico più muto di un pesce e un punto interrogativo ci si stampò in faccia, che Anselmo tradusse con le parole, “ma il telefono non squilla.”
“Squilla, vai di là” rispose il fratello, ma Anselmo puntualizzò “e, se anche squillasse, potrei sempre rispondere da qui, nel caso.”
“No, ti prego di andare a rispondere di là.”
“Il telefono è muto.”
“Squilla, qualcuno ti cerca.”
“Vedi, alzo la cornetta e all’altro capo non c’è nessuno.”
“Ti sbagli, qualcuno ha l’immediato bisogno di parlare con te personalmente, ti assicuro. Credimi! Non ti ho mai mentito e mai ti mentirei e, poi, parlo per il tuo bene. Potrebbe trattarsi di una questione di vita o di morte.”
“Va bene,” guardando di sbieco il fratello, “ti ascolto e vado di là ma, lo sai, posso anche rispondere da qui. Io non ho segreti per te.”
“Vai,” insistè Arsenio e Anselmo Marduk, mesto in volto, si diresse verso la stanza adiacente, sparendo dietro una porta nera con il cartello Vietato l’ingresso ai non addetti ai cadaveri.
Arsenio mi reinquadrò nei suoi assenti coni visivi e, rendendo gli occhi come due fessure, mi disse senza alcuna esitazione “caro Alf, sei proprio come il formaggio con le pere.”
“Ci risiamo” pensai e dissi “si, le credo. Solo ora mi rendo conto della fortuna che mi sia capitata e” alzandomi in piedi di scatto “dell’immensa opportunità che la vita in questo momento mi stia offrendo.”
“Siii” gongolava Arsenio Marduk, “dici bene, perché il nostro mestiere è sacro. Tutti, prima o poi, avranno bisogno di noi! Non è una questione di gusti, non c’entrano le circostanze e nemmeno la fortuna. Poveri, ricchi, persone serie o cialtroni, chiunque dovrà bussare a questa porta. Ahimè” gettando uno sguardo infuocato ai resti della povera porta a vetri fumè.
“È la ruota della vita, che prima o poi si blocca, lasciando anche il capo degli ottimisti di stucco, i cui familiari, le persone a lui più care, dovranno chiedermi con tono… come dire, gentilmente sussurrato, quasi per non urtare la mia grande sensibilità –gentile signor Marduk, è il commendator Tal dè Tali che mi ha fatto il suo illustre nome,– sai, si fanno sempre raccomandare da qualcuno, –io le chiedo se sia possibile allestire le esequie del nostro caro estinto, che era tanto buono e generoso.– Certo caro, sono cinquemila! Rispondo io, perché di fronte alla morte nessuno fa il taccagno. Si lascia crepare di fame chi è vivo e ti chiede un tozzo di pane per non morire, ma per chi è ormai già morto, non si bada a spese.
Davanti alla morte tutti si calano le brache! E noi caliamo le bare nella fossa. Capisci l’importanza di questo momento, ciò di cui voglio umilmente farti partecipe. L’essenza delle cose che, purtroppo un parente ti capita e non te lo scegli, il mio caro fratello non capisce e mai comprenderà. Lui si lascia impietosire dalle circostanze, dall’altrui dolore e promette sconti. Capisci, sconti sulla morte, ma quando è arrivato il tuo momento Ella non ti risparmia. Non ti concede alcun abbuono. Non si è mai visto alcuno morire a rate!”
Rimasi, nonostante il mio slancio precedente, senza parole. La lucidità di quest’uomo mi sorprendeva. Aveva decisamente ragione, ma qualcosa di sfuggente e, contemporaneamente, di chiaro in me stesso cozzava contro quella che, da sempre, era la mia morale di vita. Insomma, il mio buon senso mi poneva più in accordo con il fratello Anselmo che con Arsenio, il quale, con aria pensierosa, mi disse “bisogna far accomodare quella porta, perché fra un po’ farà sera e caleranno le ombre della notte. Comunque, se sei d’accordo …ti assumo, mi sembri un ragazzo in gamba. Somigli tanto a me quando avevo la tua età, ma sì, con questi riccioli biondi e lunghi, che ti cadono sulle spalle. Ragazzo, sta a sentire quello che sto per dirti, chè ne gioverai per tutta la vita.… Ecco: il cacio, il prezzemolo, le pere, beh… lascia perdere tutto, da questo momento ti nomino primo Agente Mortuario su tutta la zona ovest, con poteri plenari.” E mi fissò con occhi talmente scuri e impenetrabili che, senza pensarci due volte, scattando sull’attenti gli risposi ”grazie signore, sono onorato del compito che mi sta affidando. Spero solo di esserne all’altezza. Sarebbe un rammarico troppo grande deluderla.”
“Ragazzo” riprese quel suo tono melenso, ma deciso “si vede lontano un miglio che tu hai stoffa da vendere. Non per niente in quel bar di cui, tra l’altro, molti clienti sono stati, a loro volta, miei clienti… sai, l’alcol miete molte vittime ed è un mio potente alleato, non ho battuto ciglio invitandoti a venire nella mia agenzia,” inarcando ritmicamente il sopracciglio destro.
Improvvisamente, Anselmo Marduk rientrò nella stanza con aria annoiatissima, “Anselmo” continuò il fratello più accigliato dell’altro, “ci sarebbe da chiamare il vetraio per quella porta,” indicando l’uscio. “Non vorremmo farci cogliere di sorpresa da qualche cliente in questo stato?” E con fare disinvolto, aggiunse che doveva assentarsi un po’ per disbrigare un’importante commissione, ormai non più prorogabile.
Rimanemmo soli io e Anselmo, che scoppiò in lacrime, manco a dirlo, come un vitello abbandonato, “ce l’ha sempre con me. Per quanto io mi sforzi di fare sempre del mio meglio, di assecondarlo in tutto e per tutto, di dedicare interamente la mia vita e ogni momento, ogni istante, ogni attimo, ogni secondo alla nostra attività commerciale, lui ha sempre da ridire su di me. Su qualcosa che ho combinato o che ho omesso di adempiere. Su una pratica sbagliata. Su un preventivo sottostimato. È una tortura, fidati. Ti prego, credimi almeno tu, che sembri un ragazzo così sensibile,” strattonandomi per le spalle. “Siii, somigli tanto a me da giovane, quand’ero un’artista di belle speranze. Con i miei lunghi riccioli biondi, che mi cascavano sulle spalle, mentre adesso ho una vita d’inferno, più di quella che promettiamo ai nostri clienti, portando via ai loro cari tutti quei soldi. Cinquemila minimo per un funerale nemmeno tanto in, con fiori démodé e bara fatta in serie con fattura industriale, realizzata da operai che lavorano a cottimo e senza interesse per quel che producono, basta portare a casa la pagnotta. No! Così non si può andare avanti. Ci vuole più amore per questa professione. Noi accompagniamo, nientedimeno, gli involucri delle anime dei nostri clienti all’aldilà, all’altro mondo, da Dio, ma tu capisci! E quel venale di mio fratello, “cinquemila” non sa dire altro.”
Al che Arsenio, che per tutto il tempo era rimasto dietro l’uscio a origliare, aprì di scatto la porta urlando “ebbene, questo è ciò che hai il coraggio di dire di me di fronte a degli estranei. Cosa ne sappiamo di questo capellone, che ha anche gli orecchini come una femminuccia. E se poi va a seminare zizzania in paese, magari in quel bar dove l’abbiamo incontrato? Con il rischio che i futuri morituri di cirrosi epatica si rivolgano alla concorrenza?”
Mi venne spontaneo dire “se permettete, me ne andrei.”
“No! Tu non ti muovi da qui manco morto,” sibilò un Arsenio inviperito quanto mai. “Beh, proprio da morto prima o poi uscirei da qui, seppur in una bara per andare al cimitero,” pensai.
“Ora, stammi a sentire una volte per tutte,” Arsenio rivolto a un Anselmo più inconiglito che mai, “la tua falsa bontà d’animo, che nasconde una civettuola sensibilità, degna dell’ultima donnicciola del mercato rionale, mi ha talmente stufato, esacerbato, avvilito che ti chiedo, di fronte a terzi, di fare i bagagli e andartene per la tua strada.”
Anselmo tremava come una foglia, mentre il fratello rincarava la dose, “ma che farai? Come camperai? Che non sei altro che un beccamorto di terza categoria! La fuoriserie, gli abiti alla moda, le prime teatrali o all’opera, che hai sempre potuto permetterti, da dove credi siano uscite? Dai morti che io ho seppellito, facendomeli pagare a peso d’oro, da lì sono usciti, ingrato che non sei altro.”
Arsenio, rosso in volto continuava, “non fai altro che sputare sulla bara che sotterri, sulla bara nella quale mangi. La bara che mi opprime il cuore tutti i giorni, perché io tutto avrei voluto fare tranne l’Agente Mortuario, ma nostro padre questo e non altro ci ha tramandato. In punto di morte, mi prese per il bavero e mi disse di prendermi cura di te. Io, tuo fratello maggiore, cough cough,” cominciò a tossire malamente “cough, io non potevo far altro che… cough, proseguire la tradizione familiare, anche per permetterti di continuare gli studi. E cough!”
“Arsenio calmati, lo sai che ti fa male adombrarti in questa maniera. Pensa al soffio al cuore,” aggiunse Anselmo alquanto preoccupato, interrotto dal continuo livore del fratello “io, che vendevo bare di notte per consentire, a te, l’università di giorno e, poi, la doccia fredda della tua rinuncia agli studi e i locali notturni e… tu hai distrutto, cough cough, il mio cuore. Hai fatto di me un derelitt… cough, coff, oddio, non voglio… cough, diventare cliente di me stesso… aaargh!”
Arsenio divenne paonazzo in volto, strabuzzò gli occhi e rovinò maldestramente sulla scrivania, facendo schizzare la bara posacenere in terra. Sussultò, emise tre rantoli, roteò gli occhi di qui e di là, rattrappì le mani e, ancheggiando sincopatamente, spirò. Lutto nefasto cadde e s’avvinghiò ai presenti e agli assenti, che presto intervennero, nelle vesti di un tale chiamato Astor. Di professione lavacadaveri, con un occhio di vetro che, per la sorpresa, gli cadde in terra alla vista del defunto fresco fatto, rotolando in direzione del fratello superstite.
Anselmo lo raccolse e lo squadrò con occhio interrogativo, non per l’oggetto di cristallo in sé, ma per tutto il suo avvenire in bilico come un piano sul quale la biglia della vita, in procinto di rotolare su una superficie fatalmente inclinata, avanzava verso il baratro senza fondo.
Per il precipitarsi degli eventi, un’aritmia al cuore mi fece sudare a profusione e, insomma, era proprio il caso che fuggissi via. Ormai, là non c’era proprio più niente da fare per me, semmai prima ce ne fosse stato e, poi, l’inserviente cominciò a urlare orribili accuse nei miei confronti, “è stato illo, colui ca havo acciso lù mio signore e patrone. Santo ca mi haveva fatto omo, mentre ca io ero nà bestia incoppa a’ stù munno!” Eh si, era proprio giunta l’ora di andare ma, in prossimità della porta, la fuga mi fu impedita dall’entrata di Donna Matilde. Ella si precipitò sull’inanimato cadavere “ho visto tutto, ero di fuori a spiare.”
“È una fissazione” pensai, mentre la donna in ginocchio si disperava. “Arseniuccio mio, adorato amore del mio cuore. Io che ti ho tanto amato, mentre questo fedifrago di tuo fratello mi tastava continuamente il sedere a tua insaputa. Morirai!” Indicando Anselmo con dito accusatore “e trascorrerai l’eternità fra mille fiamme, che bruceranno quel tuo virgulto striminzito che ti ritrovi fra le gambe. Mai, hai avuto il coraggio di porgermelo invece di darlo alle donnacce che frequentavi, mentre, sigh, il tuo caro estinto fratello, tante volte aveva fatto profferta di donarmi il suo, duro come legno di ramino diceva, ma sempre rimandando perché costretto a spalar cadaveri per mantenere te. Mentecatto! Me l’avrebbe offerto su un piatto d’argento. Oh si,… così sarebbe stato se non fosse prima spirato per colpa tua. Oooh mon Dieu” in un francese assolutamente fuori luogo in quel momento altrettanto fuori da qualunque luogo umanamente immaginabile, “mamma mia, dovrò pur andar via” m’imposi. “Tu, c’hai acciso di tolore il mio patrone. Ventetta, atrocia ventetta…” ricominciò Astor, riponendo con foga nella propria orbita, ma al contrario, l’occhio di vetro scippato dalle mani del Marduk sopravvissuto, “ma che diavolo dici? Io non c’entro nulla, sono qui per caso. Altro che cavolo a merenda…” urlai spaventato. “Ecco il modo di dire appropriato” intervenne Anselmo, “peccato che non possa mai più suggerirlo al mio caro estinto.”
“L’hai fatto morire tu perché eri geloso,” insisteva Donna Matilde.”
“Tu, morisci tra le palle ti foco tell’inferno, Satanasso,” urlava come un orco Astor lo sguercio, avanzando verso di me brandendo un ascia insanguinata da chissà quale cadavere amputato.
“Qua, fra poco, rischio di diventare concime per le aiuole del cimitero” fu il caso di pensare, inforcando la stramazzata porta a vetri.
In un istante, fui fuori da quella gabbia di matti. “Mio Dio, non che fosse così necessario dover lavorare,” pensai “potevo ancora vivere dei risparmi dei miei e…“ un sonno, ma un tale sonno mi assalì e una tale stanchezza mi prese alle gambe, per la sola fatica di pensar di lavorare. “Figuriamoci se lavorassi per davvero,” ne dedussi.

Alfredo Barnelli

Il tallone d’Achille.

Achille era un ragazzo d’oro o meglio, di ferro placcato in oro. Tutti gli volevano bene, ma aveva un sol difetto: se lo facevi arrabbiare, anche per futili motivi, ti prendeva a tallonate in faccia. Ti picchiava a tallonate, si! Proprio così, a tallonate e non pensate che stia esagerando, che abbia voglia di attirare la vostra attenzione con un incipit eccessivo, perché la storia narrava proprio così…
Achille era un ragazzo normalissimo. Né magro né grasso, né alto né basso, né bello né brutto, le ragazze dicevano di lui che fosse brullo. Insomma, sarebbe passato del tutto inosservato se non fosse stato per il tallone sinistro di misure spropositate, ma talmente spropositate che i genitori, i coniugi Peleo, gli fecero confezionare un paio di scarpe speciali. La parte anteriore della scarpa sinistra venne realizzata in cuoio da un abile calzolaio, che fabbricò anche la scarpa destra, mentre la parte posteriore fu prodotta in acciaio dalle Mascalcie Riunite, la Premiata Ditta dello stimato commendator Manlio Scalco Teucro, suo cuginastro.
Costui, abile maniscalco sin dall’adolescenza, quasi per dono del divino Efesto, da una piccola bottega di paese era passato, con anni di duro lavoro dei suoi operai, a diventare il padrone delle più grandi ferriere della regione. L’acciaio era la sua passione e d’acciaio era anche, come dicevo, la parte posteriore della scarpa sinistra di Achille. Un prodigio della tecnica: era dotata di due grandi ruote anch’esse in acciaio, ma ricoperte di battistrada in resistente caucciù, collegate l’una all’altra da un possente asse balestrato, per attutire i colpi inferti dal gigantesco tallone al povero selciato, incolpevole di dover subire tale prova di resistenza strutturale al passaggio del ragazzino.
Le cose furono difficili sin dall’inizio. Achille fu costretto a dover collaudare su strada il carrello, per avere l’autorizzazione a circolare. Una sorta di patente, ma non poteva andare in tangenziale, nonostante fosse dotato di luci posteriori e segnaletica regolamentare, come gli indicatori di direzione lampeggianti… le frecce, insomma. Aveva anche l’obbligo di tenere il triangolo e il giubbotto catarifrangente nel bagagliaio, in caso di guasto o che bucasse una ruota.
Dapprincipio, il suo passaggio bloccava il traffico in paese, Mirmidonia. Poi i suoi concittadini, detti i mirmidoni, si organizzarono. Il sindaco istituì una speciale ZTL, la Zona a Tallone Limitato, che vietava la circolazione ai talloni oltre una certa cilindrata.
Il motivo per cui Achille avesse un simile tallone? Mah, nella contrada nessuno lo sapeva. Circolavano molte teorie, alcune delle quali divennero vere e proprie leggende che ne valicarono i confini, altre restarono al livello di chiacchiere da bar. Il bar del paese, il Bar Zelletta, per l’appunto. Il ritrovo di tutti i paesani dopo una dura giornata di lavoro nei campi o in fonderia. Gestito da Tony Zelletta, ex capellone giramondo, era il vero centro del paese e, ovviamente, la ribalta del commendator Manlio Scalco, abile narratore di storie, dalle cui labbra carnose pendevano tutti gli astanti. Inarrestabile nel teorizzare le cause più astruse dell’abnorme crescita del tallone sinistro del cuginastro.
Un suo cavallo di battaglia era la storia di una tal sora Ilizia, la levatrice intervenuta al momento della nascita di Achille. Raccontava il commendatore che avesse acchiappato, questo fu il termine esatto, il nascituro con il forcipe prendendolo proprio per il tallone sinistro. Nelle serate in cui aveva alzato un po’ il gomito, quando era maggiormente in vena di fantasie, aggiungeva che la levatrice fosse stata costretta a utilizzare il forcipe perché il neonato non voleva uscire dal grembo materno, al quale si aggrappava con entrambe le manine e che, una volta nato, tentò persino di strozzarla col cordone ombelicale.
Altre volte era solito raccontare del mancamento, forse per l’emozione della nascita, di una zia materna del cuginastro, tal zia Filira. Per un giramento di capo, pare che ella si sedette con tutto il suo elevato peso corporeo proprio sul piccolo talloncino d’Achille, che da allora fu affetto dal tallone del gigante Damiso, malattia riportata negli studi del dottor Chirone, il medico condotto. La zia Filira era di fianchi larghi e possenti, si dice schiacciasse le noci stringendole fra i glutei. “Una volta,” raccontava il commendatore, “un tizio mi confidò di averla vista frantumare, con le natiche, un ciottolo di fiume per svagarsi un po’, mentre lavava i panni al torrente.”
Fatto sta, che Achille più cresceva, più cresceva il suo tallone. E più cresceva il suo tallone, più in Achille cresceva un senso di frustrazione, a detta degli altri, immotivata. Era sempre nervoso, s’infuriava per un nonnulla. Non capiva quanto le persone vicine facessero per lui, per aiutarlo. Come i giochi in legno che gli costruiva il nonno, don Nereo detto il Nonnereo. Bellissimi, tutti i bimbi del paese li invidiavano e proprio non si riusciva a capire perché Achille fosse sempre agitato, quando il suo caro nonno, cieco come una talpa, amorevolmente li costruiva, levigando, segando e martellando proprio lì, accanto al suo benamato nipotino. Più vicino al suo tallone, che ad Achille, in verità.
Il culmine del nervosismo, Achille lo raggiunse quando il Nonnereo comprò il trapano elettrico. Il bambino si alterò come un cane rabbioso. In quattro non riuscirono a trattenerlo. “Ecco, osservate questa foto,” i presenti nel bar si disposero in cerchio attorno a Manlio Scalco. “Guardate, guardate le espressioni dell’ira stampate sul volto del ragazzo. Guardate l’ira d’Achille!” Nestore, il metronotte del paese, si avvicinò curioso al gruppetto di persone, chiese umilmente di poter osservare la foto, l’avvicinò agli occhi acquosi e pronunciò, “ma qual ira e ira… commendatò, a me me pare terrore!” Il padrone delle ferriere gli strappò la foto dalle dita ingiallite dal troppo fumo. “Io non capisco,” incalzò guardando di sbieco il vecchio guardiano, “non capisco proprio come era possibile…” colpendo con l’indice teso la foto, “come era possibile che il ragazzo non capisse… non capisse il bene che gli volevano i suoi cari,” disse ripetendo due volte i concetti più profondi del suo pensiero. “Non capisse il bene che gli volevano i suoi genitori quando decisero di trasferirlo nella dependance di famiglia, che il ragazzo, ingrato, si ostinava a chiamare porcile.” Alzando l’indice accusatore in alto, a sottolineare la gravità dell’insulso atteggiamento del cuginastro, “ma se i maiali li avevano spostati nella sua vecchia stanzetta? Perché, allora… il ragazzo si ostinava a non capire, a non capire?” E il commendatore, solitamente a questo punto della storia, si accasciava sul bancone, mentre gli altri avventori tentavano di rinquorarlo e Tony Zelletta gli versava da bere. Lo rinquorava a modo suo, con un presa di liquore, lo linquorava.
I genitori di Achille dicevano che il suo trasferimento nel porc… ehm, nella dependance di famiglia fu un atto dovuto, obbligato per la tranquillità e la comodità del ragazzo. La nuova dimora era un po’ strettina, anche se, per la verità, Achille c’entrava quasi tutto. Quasi, perché l’ormai smisurato tallone ne rimaneva fuori. All’addiaccio! Ed era pieno inverno. E lì nevicava forte. Anzi, ghiacciava. E la temperatura scendeva intorno ai diciotto gradi sotto zero. E durante le frequenti burrasche i fulmini si abbattevano sul bosco, attirati dagli enormi pini secolari grondanti gelida pioggia. Pini che rovinavano al suolo fragorosamente, spaccati nel cuore del tronco dalle saette. E più ne cascavano più la collina lì accanto, il monte Pelio, disboscato franava rovinosamente, trascinando a valle fiumi di fango e di detriti. E il porc… e dalle, la dependance di famiglia era situata proprio ai piedi del monte. Dove, spesso, i paesani vedevano aggirarsi, digrignando i lunghi denti a sciabola, un branco di lupi affamati dalla penuria di prede montane. Qualcuno, quell’anno tremendo, disse di aver intravisto persino un paio di orsi bruni inferociti.
In effetti, fu un inverno un po’ duretto per Achille. Soprattutto perché vedeva i suoi solo una volta alla settimana, quando andavano a portargli il pastò… ehm, il cibo. Questo fatto lo innervosiva moltissimo e non se ne capiva il motivo. Si agitava, sfrenesiava da dietro l’uscio, appena socchiuso. Guardava i suoi cari e soffriva per la loro mancanza durante tutta la settimana? Mah, di fatto si dimenava appena arrivava l’adorato Nonnereo, che parcheggiava il furgoncino proprio lì, vicino al sinistro tallone. Beh, si sapeva che il vecchio non fosse un asso del volante. Anzi, per la verità non era mai riuscito a prendersi la patente, forse il nipote era in pena per lui, che andasse rovinosamente a sbattere rischiando di farsi del male?
Quando, finalmente, venne la primavera l’acqua dei ghiacciai montani, sciolti per l’innalzarsi della temperatura, andarono a ingrossare il fiume Stige, che esondò inondando il porc… ancora, proprio non si riesce d’evitare il lapsus, la dependance di famiglia che fu letteralmente travolta. L’acqua, però, non proseguì a valle la sua corsa, ma si arrestò dinanzi al tallone d’Achille, che fece da diga. In un primo momento, il ragazzo fu benedetto dai suoi concittadini, ma dopo circa tre giorni, il livello dell’acqua era paurosamente salito, allagando tutta la parte alta della valle. Fu una catastrofe, quando Achille spostò il piede per grattarsi sotto il tallone. Centinaia di migliaia di litri d’acqua e fango si rovesciarono sul paese, inondando tutto e tutti. Ci furono molti feriti, oltre a decine di dispersi. In pratica mezza cittadinanza restò senza casa. Il Nonnereo accusò il nipote d’esser stato la causa dell’alluvione.
Quest’episodio aizzò la folla contro Achille, nonostante il metronotte Nestore andasse cianciando che il porc… e basta, la dependance il Nonnereo non avrebbe dovuto costruirla proprio nel letto del fiume Scamandro. Centinaia di persone, armate di forconi e badili, s’incamminarono verso il monte Pelio, con il nonno in testa. Il ragazzo venne, non senza difficoltà, accerchiato. Avevano tutti gli occhi iniettati di sangue, alcuni s’iniettavano dosi massicce di cocaina per farsi coraggio, più che altro per farsi e basta. Altri cominciarono a organizzare un rogo, ma nonostante si sforzassero di accatastare tronchi e rami, non riuscivano a coprire per intero il tallone d’Achille. Altri arrivarono con le ruspe, mentre a qualche centinaio di metri dalla linea del fronte si attestò l’artiglieria pesante. Essa, in un primo momento composta da una qualche decina di vecchi mortai, davvero terra terra, pare della Seconda guerra mondiale, dopo il vertice dei sette ministri della difesa del G7 più il Nonnereo, il G7 e mezzo, vennero sostituiti da venti lanciamissili terra aria di ultima generazione. L’aviazione scese in campo, sorvolando i cieli blu, con dieci F16 armati di missili a testata nucleare.
La folla, diventata oceanica, urlava inferocita terribili offese alla volta di Achille, tutte suggerite da suo nonno, a cui riusciva davvero facile inventare oscenità varie tutte in rima con tallone. Il culmine dell’odio nei confronti del ragazzo si ebbe quando tre aerei, pilotati da altrettanti giovani avieri, nell’impeto di mitragliare il sinistro tallone si scontrarono tra loro. Una tragedia! Il Nonnereo ebbe l’idea, nemmeno tanto originale, ma a detta di tutti decisamente geniale, di far schiacciare i talloni di dieci amici di Achille per ogni pilota abbattuto. L’iniziativa, però, naufragò miseramente per l’impossibilità di reperire trenta amici del ragazzo, che in realtà non ne aveva mai avuto uno. E nemmeno ci si poteva rifare sulla sua famiglia che, dall’inizio delle ostilità, si era subito schierata con la maggioranza per niente silenziosa.
Infatti, facevano un casino del diavolo. Intorno al campo di battaglia era nato un vero e proprio parco dei divertimenti. Bancarelle di torrone, tiro al segno, la casa degli orrori, la ruota panoramica da cui ammirare le manovre militari. Le televisioni di tutto il mondo riprendevano in diretta ventiquattro ore su ventiquattro, tenendo tutti gli abitanti della terra con il fiato sospeso. Twitter e Facebook impazzivano. Manifestazioni antitallone si organizzarono in ogni dove. Fu a questo punto che il governo in carica decise di adottare il pugno di ferro. Varò una legge speciale per abbattere il tallonismo d’Achille, termine coniato dal Nonnereo, suscitando l’approvazione di tutta la comunità mondiale. L’Onu decretò tre risoluzioni anti-tallone e indisse l’embargo anti-timodore, sostanza di cui Achille aveva un bisogno incessante per rinfrescarsi il tallone. Amnesty International protestò e indisse una marcia in commemorazione dei tre piloti morti nell’adempimento del proprio dovere. Il WWF proclamò la giornata mondiale per abbattere l’innalzamente del tallone, capace di provocare maree e, di conseguenza, devastanti tzunami in Oceania.
La situazione, nonostante tutto, per grazia di dio era sotto controllo. Achille era visibilmente in difficoltà, tallonato dal modo intero, ma fu in quel momento che il ragazzo perse la pazienza. Appena infastidito dalle azioni sino a quell’istante giustamente perpretate nei suoi confronti, compreso il lancio di bombe nucleari che devastarono l’intera zona rendendola, ormai, invivibile per secoli, appena un ragazzino gli tirò un sasso con la fionda perse inspiegabilmente la calma ed ebbe una reazione spropositata. Achille si aprì un varco a tallonate tra la folla terrorizzata. Sembrava uno di quei vecchi film giapponesi di mostri: Il ritorno del mostro Calcagno oppure Il tallone assassino!
Il ragazzo prese in ostaggio il Nonnereo, chiedendo di essere trasportato su un’isola deserta, in cui poter vivere in solitudine. Le autorità, vigliaccamente, accettarono. Alcuni dicono che bleffassero, facendo finta di assecondare Achille per poi gettarlo nell’Etna in piena eruzione. Altri dicono che effettivamente lo portarono su un’isola tutt’ora top secret.
Il Nonnereo, dopo che gli vennero conferite tutte le onorificenze possibili e immaginabili persino da un tipo ricco di fantasia, fondò il PACE, Partito Anti-Calcagno Europeo, con il quale si presentò alle successive elezioni europee stravincendole.
Di Achille non si seppe più nulla e a nessuno dispiacque, ma a me si, che non so come terminare questo racconto. Bah, vediamo che si dice in Internet… e che è successo qua? Fammi zoomare… uà, tzunami in Giappone, ignote le cause!

Homer Quantebello

Tempi moderni.

27 febbraio 2031. Oggi è un gran giorno, abbiamo iscritto nostra figlia quattordicenne alla scuola pubica per diventare un’accompagnatrice professionista. Una escort, insomma, come affettuosamente chiamano le fanciulle dell’amore applicato al business, che tanto allietano il relax di noi maschietti stressati. Come si conviene a una famiglia timorata di Dio, accorta al futuro della propria figliola, abbiamo deciso noi per lei. Le faremo intraprendere la carriera del M.A.M (il Mestiere più Antico del Mondo). Io e mia moglie abbiamo scelto lo StaFiGa, l’istituto Statale delle Figliole Gaie della celeberrima professoressa d’igiene genitale Intime Cintole, con indirizzo in prostituzione applicata per darle una strada sicura, un certo futuro. Poi, se sarà brava e vogliosa di studiare, proseguirà con l’università scegliendo la facoltà d’Arte Amatoria per diventare dottoressa in Commercio del proprio corpo. Una professione oggi ai massimi livelli della scala sociale, interamente indirizzata sulla strada del successo. Da quando, un paio di decenni fa, per l’opera missionaria dell’allora Presidente del consiglio Svelo Sobri Inculi, magnaccia di un impero mediatico senza pari dignità, integralmente messo a quel servizio della collettività, ci fu una vera e propria rivoluzione dei costumi e delle usanze del popolo di Ailati.
In breve, le donne furono messe al posto loro, cioè a letto.
Il Partito dell’Ardore, di proprietà del cavalier Sobri Inculi, alleato del celodurista Sto Sui Bomber, eroico condottiero dell’integerrimo Partito della Sega, artefice della legge del cosidetto Taglione in seguito alla quale il paese venne tagliato in due – dando a ciascuno ciò che si meritava – aveva invertito la perversa tendenza, ormai giunta all’eresia, di cercar di raggiungere la parità fra i sessi.
Un’ignominia ai giorni nostri!
Le donne d’oggi hanno due opportunità, o fare la mamma a tempo pieno, sottomettendosi però ai doveri coniugali stabiliti dal marito – la recente legge matrimoniale voluta dal Partito della Chiesa concede al marito di legiferare inappellabilmente in casa sua – o intraprendere la carriera della professionista del piacere… maschile, s’intende. Infatti, il ruolo delle donne è tornato quello originario, accudire gli uomini in famiglia come nella società. Un ruolo fondamentale per il pene del paese.
Dopo la vivisezione della nostra nazione in due macro regioni, la Operonia al sud e l’Impresonia al nord, anche le classi sociali si sono stabilizzate. È semplice: chi nasce al sud diventa operaio nelle fabbriche del nord. Automatico! Chiaro e tondo. Senza lotte sociali per difendere i diritti degli operai, come accaddero a cavallo del primo e del secondo decennio degli anni duemila. I diritti dei lavoratori, molto semplicemente, non ci sono più, sono stati aboliti per legge, ovviamente ottenuta con la fiducia. La fiducia in una società giusta! Chi nasce al sud ha una sola opportunità: emigrare al nord per lavorare nelle aziende seghiste. Non può nemmeno andare a lavorare all’estero, ai cittadini operoniani viene concessa solo la carta d’identità non valida per l’espatrio. Viceversa, quelli del nord diventano tutti padroncini. Nascono direttamente con lo status di imprenditore. Appena finiti gli studi in squole private speciali, lo stato apre agli impresoniani una bella aziendina con le tasse pagate al sud, che tanto lì, essendo tutti dipendenti, gli vengono prelevate direttamente in busta paga. Al nord le tasse non ci sono più, sono state abolite. Agli operoniani, poi, è concesso di acquistare  obbligatoriamente i servizi e i prodotti realizzati in Impresonia. Anche la grande industria non c’è più, troppa tensione sociale… tutti quegli operai gli uni vicini agli altri, che parlavano, discutevano, si organizzavano… adesso basta. Fine. Kaput. Soluzione finale! Solo micro aziende con al massimo venticinque dipendenti, soglia al di sotto della quale l’attività sindacale è proibita. Se qualche imprenditore ha l’esigenza di produrre di più, lo stato gli apre 10, 100, 1000 fabbrichette tutte dislocate a scacchiera, in capannoni attigui ma separati da alti cancelli. Dei veri e propri campi di concentramento produttivo, una peculiarità tutta ailatina, che il mondo intero ci invidia. Finalmente la classe operaia è andata a fare in gulag!
La TAIF, la Toronto Automobili Industria Fuoristrada, da adesso che se ne andata dal nostro paese. Schizzata via immediatamente dopo il grande bluff della firma del contratto nazionale del dislavoro personalizzato, con ottomila tipi di turni diversi, altrettanti orari diversi per la pausa pranzo, settantaduemila colori diversi per il certificato di malattia. Se non lo presentavi nel colore giusto non aveva valore e rischiavi il licenziamento su due piedi. Anzi, con i due piedi in avanti per esser stato obbligato a fare harakiri in fabbrica davanti a tutti i tuoi colleghi, colpevole d’aver bloccato la produzione con la tua stupida daltonia antagonista. Contratto nazionale siglato dopo la sola mossa della mano degli azionisti, nonché del presidente dell’azienda Klan Hen Jon, di mettere mano al portafogli per concretizzare gli investimenti promessi. Il sindacato dell’OIFM (Ostruzionisti Idealisti Falce e Martello) era già stato dichiarato fuorilegge, mentre quegli sciagurati dei sindacati firmatari scioperarono addirittura per cinque minuti interi, costringendo quel povero amministratore delegato Sinché Emigrarono a delocalizzare, giustamente, negli stati Uniti d’Acirema. Sé tapino, che manager coraggioso!
Intanto, nostra figlia già studia china alla pecorina sui libri di mignottologia acuta. Che dite? Supererà la sua prima interrogazione orale con il professore di storia dell’attrazione Fregola Urinaria? Niente di meno che l’attuale Presidente del consiglio in tutta la sua persona. Dopo una fulgida carriera dal Foglio del Giornale a direttore della nuova RAI (Radiotelevisione Impresoniana), da anni si prende l’onere di interrogare personalmente, nelle stanze private di palazzo Grazioli, le fanciulle appena iscritte. Le giovani escort bisogna educarle da piccole!

Archie Pinch All

Fuga di latte.

All’età di meno due mesi dalla mia nascita evasi dal grembo materno calandomi dal cordone ombelicale, una cosa da sbellicarsi dalle risa. Purtroppo fui beccato dalla polizia sanitaria e venni processato per direttissima. Mi avrebbero dato due mesi col condizionale, se non fosse stato che vomitai sulla cravatta del giudice di turno, che con tono imperativo dispose per gli arresti domiciliari con l’obbligo di residenza nell’utero di mia mamma. Mi annoiavo tremendamente, ma il peggio era non avere sigarette da fumare. Passavo il tempo sbirciando la tivvù tra le cosce di mia madre. Trascorreva le giornate senza far niente sulla sdraio, tranne quando bussava alla porta qualcuno. Lei urlava “è aperto” e di solito entrava il lattaio o l’idraulico o il fattorino del macellaio o il sagrestano e mia madre diceva “quasi, quasi mi sdraio un po’ sul letto” e si alzava dalla sdraio. A quel punto qualcuno spegneva la luce e io tentavo di schiacciare un pisolino, ma finivo sempre per schiacciare un pistolino e l’uomo di fatica di turno bestemmiava tutti i santi del paradiso, andandosene sbattendo la porta tra le preghiere di mia madre di restare ancora un po’. Non c’era verso di convincerli e lei tornava a sedersi sulla sdraio a guardare la tivvù. A volte s’appisolava e io, sgrafignando il telecomando, cambiavo canale mettendo su una soap erotica, si trattava di solito della serie Un posto all’asilo nido. Non era male, peccato che vi recitavano attori un po’ troppo vecchi per i miei gusti.

Edipo Nascimbene

Le ganasce anteriori della mia “deux chevaux”

Sono un tipo che va veloce, ma niente paura, perché le ganasce della mia auto sono gagliarde e assai mordenti. Tempo fa me ne andavo per la statale 65 a cento all’ora, quando la spia dei freni cominciò a lampeggiare dispettosamente. Cra-cra-cra sentivo provenire dal cofano anteriore. Bum-bum-bam e presi una bella sbandata! Mi fermai contro un albero col motore e il mio umore fumante. “Porcoupé,” imprecai. “Dovevo essere per le due in città e sono già le cinque, sono in un ritardo vergognoso.”
Riuscii a uscire dall’auto aprendo a stento la portiera incastrata. Una volta fuori mi stirai i muscoli e sgranchii le gambe, feci dieci flessioni poggiando le mani rattrappite dalla tensione sull’asfalto umido. “Umido?” MI chiesi, “ma siamo in piena estate con il sole allo zenit?” Mi annusai le dita e un profumo dolciastro invase le mie narici, “benzina” pensai ad alta voce. Aprii il cofano maleodorante. Una nuvola di fumo nero mi aggredì gli occhi e la gola, facendomi tossire selvaggiamente e… “per la berlina, ma chi ha infilato la mazza dell’ombrellone fra le ruote come uno stuzzica ganasce?” Mi chiesi brandendo l’oggetto al cielo come una lancia. Presi la rincorsa e la scagliai tipo giavellotto al di là della siepe antistante, verso una fragolaia. Dopo pochi secondi un “aaargh” mi colse impreparato. Avevo colpito qualcuno? Quante domande, decisi di rispondere solo alla prima, “il figlio della sorella di mia madre, che è un gran casinista lui e le sue fissazioni di credere di essere mio cugino carnale, ma se sono vegetariano?” Rientrai nell’abitacolo e provai a rimettere in moto, cough cough burp bruuum vrooom vrooom vrooom coughe coughe coughe ecc., “santo cielo, è ripartita. Se mi sbrigo riesco ad arrivare per le sei all’appuntamento delle due. Un colloquio di lavoro. Quattro ore di ritardo per mettere subito le cose in chiaro.” Sgommai in retromarcia perdendo il paraurti, “fa niente, ne ho un altro di scorta in garage, rubato all’auto del mio vicino, una vecchia 127 sport parcheggiata lì da vent’anni.” Ingranai la prima e partii a tutto gas. In dieci minuti ero già a cento all’ora… beh, lo sprint non è proprio la caratteristica vincente della deux chevaux. Passai in terza senza calare la frizione, così… a orecchio, sentendo cantare i giri del motore. La lancetta del contachilometri balzò a centodiciassette all’ora, mentre cominciò a piovere a dirotto. “Ci mancava solo questa. Un attimo fa l’afa mi faceva sudare le meningi e ora sembra che il padreterno abbia tirato giù lo sciacquone.” La macchina ricominciò a sbandare paurosamente, “maledette gomme lisce, ma niente paura, avete mai visto ribaltarsi una deux chevaux?”

Axel Bijou

Epilestasy

La discussione s’infervorò a tal punto che Milo ruppe un piatto sbattendolo sulla tavola. Tutti saltarono bloccandosi per un secondo. Fu un attimo, poi ripresero a discutere sul tema odioso della serata: il razzismo. Milo asseriva che nella società attuale non si poteva essere razzisti, e perché? Perché le persone, la gente, i popoli sono in continuo movimento, questo è vero, le frontiere sono sempre più aperte, ma quando mai, se c’è bisogno di lavoro in una tale zona le persone emigrano lì, a fare gli schiavi, se in un tal posto la disoccupazione ti prende allo stomaco la gente se ne va, scappa dalla fame e dalla guerra, ma incontra i respingimenti legali, no legaioli, no, no, legami col passato regime. “Società multiculturale” urlò Milo alzandosi in piedi, calice alla mano, inneggiando all’ennesimo brindisi, immediatamente seguito a ruota libera da tutti gli altri, assolutamente d’accordo con lui, fin al punto da aggiungere carne al fuoco delle idee, come sulla griglia avvampata dalle fiamme del barbecue, sul quale gli ospiti rosolavano salsicce, tocchetti d’agnello, brandelli di manzo, fettine di petto di pollo, braciole di vitellone imbottito di mandorle e uva sultanina, spiedini di tacchino e ortaggi coltivati in loco, sì, sul terrazzo di Serena e Dandyni, coppia di amiche amanti del bio e l’una dell’altra in severa biolibidine, coltivatrici al settimo cielo di prodotti biologici nelle piccole serre condominiali al settimo piano e giù fiumi di vino, birra, rhum, sakè, vin santo, sidro di mele, con la musica al massimo volume, tra risate e scherzi, baci, pacche sulle spalle, abbracci, simpatici spintoni, sgambetti per scherzo, finanche un paio di schiaffi.
Tutto rotolava a meraviglia, fin quando Marcella rotolò a terra lunga lunga. Ognuno credette fosse stato il gin o la grappa, magari il Martini, si sa: il vermouth è traditore, “ma no” urlò Gustavo, “ho conosciuto solo stasera Marcella, ma mi diceva quanto fosse astemia. Infatti, ho spesso tentato di versarle da bere, con l’intento d’ubriacarla per poi portarmela a letto di là e farmela da dietro come una pecorella smarrita, ma lei niente, metteva sempre la mano di traverso sul bicchiere. Ho anche tentato di forzarla dandole un paio di schiaffi.” Mik si fece avanti, “ah, erano i tuoi quegli schiaffi di cui prima? Dovevo immaginarlo, sei sempre il solito cafone.” Gustavo andò su tutte le furie, “ma stai attento!” Urlò Matilde, “che mi spezzi tutte le piante di furie, sono delicate queste. Poi sai dire “quanto mi piace la pizza con le furie,” che faccio io.” Serena si mise di mezzo, “veramente la pizza con le furie l’ho sempre fatta io, “ sottolineò. Matilde le si avvicinò mollandole un bacio in bocca, con la lingua a crêpe suzette incendiata dai troppi cicchetti di rhum. Al che tutti cominciarono a “toccarsi” a vicenda negli altrui punti proibiti, ognuno/a affrettandosi a svelarne di propri a colui o colei che si ritrovava di fianco o davanti o di dietro. Fu una fibrillazione totale, un sussulto, una smania, quasi una mossa epilettica collettiva, spuntarono anche un paio di tette e, forse, almeno sembrò, una timida testa di… cazzo, ma che faceva Marcella lì in terra? Estenuamente si contorceva tutta sola, sbattendo le braccia, scuotendo le cosce, voltando sincopaticamente, quasi al ritmo dei Mars Volta, che incutevano progressivamente tra gli astanti la musica del loro ultimo disco, la testa di qua e di là, sollevando il bacino sui talloni e poi rilasciandolo di colpo in terra, con un colpo secco dell’osso sacro sul pavimento di finto cotto. Una tarantolata, ecco! Sembrava una tarantolata, una posseduta dal demonio, “ma no, non scherziamo, che non è vero, ma ci credo,” urlò Gustavo tirandosi su la zip dei jeans in un lampo. Matilde e Dandyni cominciarono a ballare al ritmo di Marcella come in una danza tribale, scompigliando i capelli dal basso verso l’alto e viceversa. Improvvisamente si creò il vortice intorno alla bella posseduta, come se dal suo corpo in preda al ballo di San Vito s’emanasse nell’aria il fuoco sacro del sabba… beh, del sabbato liponetano.
I terrazzaioli si sbattevano come selvaggi sioux e spuntarono innumerevoli calumet fumanti di pace, il giro divenne gagliardo, il tiro profondo inalato a pieni polmoni, ma Marcella continuava a rotolarsi fra i piedi degli altri, inutili i tentativi di porgerle il calumet, pareva che la pace l’avesse persa per sempre. Almeno fin quando levitò di brutto, peggio di una tota nel fono beh, se manca una “i” potrebbero anche mancare un paio di “r”, sollevandosi mezzo metro dal pavimento oramai stracotto. Chiunque ammutolì, solo gli Astral Projection spandevano nello spazio circostante le tecnonote  di Life on Mars, che niente aveva a che vedere né sentire con quella del caro David. “Io credo sia il caso di chiamare padre Ralph, l’esorcista,” suggerì Gustavo, trovando  stranamente gli altri d’accordo e consenzienti, da sempre poco inclini a dargli retta.
Portarono Marcella, leggera come spirito, di là sul letto. Era una situazione decisamente sui generis, tutti stavano sulle proprie, Gustavo sui coglioni un po’ a tutti, per quei suoi modi opportunisti, s’intende. Uscì di scena nell’indifferenza altrui, subito dopo qualcuno bussò alla porta. Dandyni andò ad aprire ancheggiando nel suo attillatissimo tubino nero a picco sul fondo schiena, sospinta dagli occhi di Matilde puntati sul suo bel culetto rotondo, come se volesse spiare dal buco della scollatura. Rientrò nella stanza insieme a padre Ralph, ricordando simultaneamente a tutti i presenti il particolare che nessuno, e sottolineo nessuno, aveva mai visto in faccia padre Ralph e alle sue parole d’esordio “come si chiama questa bella puttanella smarrita,” tutti concordarono interiormente su quanto fosse effettivamente sfacciato e quanto sgradevole fosse la sua voce, maldestramente contraffatta. Milo, indispettito, chiese al prelato, “padre, si riveli e ci riveli,” ma dall’uomo di fede scaturì un ordine perentorio, “tutti fuori dalla stanza, lasciatemi solo con l’assatanata!” Di colpo Marcella piovve sul letto e un istante dopo balzò a sedere al centro di esso roteando la testa a trecentosessanta gradi. Un diluvio di bava verde inondò i presenti sospingendoli fuori al terrazzo. Si sedettero intorno alla brace ardente in un atteggiamento a dir poco credente.
Dalla stanza da letto provenivano suoni inverecondi, un mugghio non umano attribuibile più a un omaccione che a una donna esile come Marcella. Milo si spendeva in una sequela di ingiurie da prete, ingoiando di continuo bocconi amari strappandoli direttamente dalla griglia ormai tiepida. I latrati dell’uomo di fede raggiunsero decibel ragguardevoli, ma anziché essere assimilabili a ordini impartiti al maligno affinché abbandonasse il corpo di Marcella, sembravano piuttosto gemiti di piacere bestiale affinché il maligno… entrasse nel corpo di Marcella. “È il caso di gettare la spugna,” urlò Matilde smettendola di lavare i piatti e, asciugatasi le mani sul grembiule, aggiunse “dobbiamo intervenire. Quel padre Ralph, di là, non mi convince, non mi gusta proprio.” Milo rincarò la dose, “già, anche a me non gustava proprio, appena l’ho visto entrare.” Dandyni chiese con stupore, “Gustava, ma è femmina? Credevo che padre Ralph, sotto la tonaca, fosse uomo.” E che uomo! Appena spalancata la porta della stanza da letto uno spettacolo indegno li investì come lo tzunami del peccato impuro contro natura: un’ondata di sesso estorto con l’inganno ai danni di un’incapace d’intendere e di voler essere profanata a gambe divaricate, da dietro, di lato, in mano, in bocca, a pancia sotto, rovesciata sottosopra da quel porco di Gustavo travestito da padre Ralph. Lo spettacolo fece passare lo sballo a qualcuno, ma proprio a tutti in un sol istante lo fece passare il trillo del telefono, “driiin, driiin, driiin!”
Assordante.
Matilde non fece in tempo a sollevare la cornetta che scattò la segreteria, “pronto, so’ la mamma di Marcella, tu sei quell’amica sua nu’ poco lesbica? Marcella mi ha detto che sei na’ brava ragazza, mi raccomando, non la fare bere, che quella mia figlia ci vengono gli attacchi apoplettici. Si sbatte come na’ indemoniata, come si l’avesse mozzicata la tarantola. Vedi… che nella sua borzetta ci ha la medicina, ricordaci che se la deve prendere… pronto… pronto, ma sti fetienti… volete rispondere o no?” Tutti si bloccarono all’istante, tranne Marcella in preda alle mille convulsioni blu, l’imbarazzo inondò la stanza riempiendo le coscienze di ciascuno e un coro unanime echeggiò sull’intero centro storico di Lipona: “cazzarola!”

Chicche e Sia

Ma che freddo fa, ma che freddo che fa

Investito da repentino quanto irrefrenabile desiderio di gelato al limone, fischiettando l’allegro motivetto del pulcino di Gabbro “d’inverno il sole stanco / a letto presto se ne va / non ce la fa più / non ce la fa più / la notte adesso scende / con le sue mani fredde su di me / ma che freddo fa / ma che freddo fa” apro la cella del frigo e getto un’occhiata all’interno. Il mio sguardo congela l’istante e all’istante nella cella dove sono imprigionati, da anni, i desideri gastronomici che congelai tempo fa. Ormai ghiacciati, è pur giunto il momento di causarne lo scioglimento. Rovisto con la mano fra sacchetti dal contenuto indefinito, sconosciuto, con le etichette scolorite, dalle parole irriconoscibili scritte con calligrafia illeggibile da mano tremante e il giudizio incerto per un dubbio sovrastante: ma che cazzo ho cucinato? Dubbio infugabile ma congelabile. Per identificarne la sostanza dovrei scongelarne qualcuno e analizzarlo, ma… ad anni di distanza, se poi il contenuto non sarà più di mio gradimento? Gli alimenti, una volta scongelati, non si possono ricongelare più, se no ti viene il cancro, almeno così dicevano in tivvù, ora lo dicono in internet. Quindi, la mia ricerca prosegue verso i ghiaccioli ignoti, fra le lande sconfinate del mio freezer. Vere e proprie distese ghiacciate, che nascondono etti ed etti di cibo. C’è anche un sacchetto contenente un jeans, sarà di Lucilla. Li congela per non lavarli, anche questo l’avrà letto in internet. La nuova bibbia, però scritta un po’ da tutti, prima della scadenza indicata sul retro di ciascuno di noi. Siamo tutti umani bibliodegradabili! Intanto continuo a rovistare con la mano infreddolita, dai bianchi polpastrelli come callo di medusa da una vita in ammollo, ma non trovo l’agognato sorbetto. Mi avvicino di più con il mento all’altezza della base del freezer. La frescura mi carezza il volto, è piacevole in queste calde ore pomeridiane, come è piacevole avvicinare la bocca al ghiaccio e inspirarne il gelo, tirare fuori la lingua e assaggiare la superficie refrigerata, mentre il paesaggio appare completamente bianco, sorta di pack casalingo immerso nel whiteout antartico quattro stelle, nella cui nebbia perdermi in un agghiacciante riverbero da sogno… ma un evento mi riporta alla ben più fredda realtà.
“Nn poto moveve pù a’ ingua, è ‘ncoada a’ feezev… mmmh, che dovove.” Sono lì, come un deficiente incollato con la lingua alla brina congelata, impossibilitato a muovermi. “Che situazione,” penso e più mi dimeno più la mia lingua resta attaccata al freezer, ormai sempre più recluzer. Sbraccio all’indietro per cercare di prendere qualche oggetto, che mi sia utile per staccare la mia appendice, ma sembrano tutti fuori portata delle mie braccia, irrimediabilmente corte. “Eccola” penso, sbirciando di sottecchi la schiumarola. “Ci stacco gli hamburger attaccati al fondo bruciacchiato della padella…” rifletto. Intanto la mia lingua è diventata viola, la tocco con le dita, ma è del tutto insensibile, come una scaloppina morta. Afferro forte il frigo con le mani dalle nocche sbiancate per la presa da flipperista consumato e comincio a sbatterlo, con il solo risultato di rischiare il tilt e perdere la partita e la lingua, strappata dalla mia bocca dalla caduta rovinosa dell’elettrodomestico… no, devo smetterla con quest’idea sballata di far ballare il frigo. La lingua non si stacca, non dovevo metterla proprio lì, eppure sono un tipo taciturno, non metto mai lingua, mi faccio i fatti miei. Di certo, ora è venuto il turno di tacere per un bel po’, spero non per sempre. Intanto trilla il cellulare, ma se la suona da solo di là, a debita distanza nell’altra stanza, come sempre dal giorno in cui l’ho acquistato. Poi lo chiamano portatile, se fosse tale di fatto e non solo di nome l’avrebbero dotato di un gancio, di una ventosa da far aderire a pressione al proprio corpo, in modo da averlo sempre a portata di mano o meglio, d’orecchia. Invece no, l’ho lasciato di là, probabilmente sul sofà e ora che mi occorre per una questione di vita o di morte se ne infischia e fischia l’orribile motivetto della suoneria che ha scelto Lucilla, che sia proprio lei? Magari, potrebbe aiutarmi a staccare la spina al frigo e farmi compagnia in attesa di liberarmi dalla presa dei ghiacci.
È il mio destino, le lingue sono sempre state il mio cruccio, in inglese andavo assai maluccio e… sto vaneggiando, oltre la lingua mi si sta congelando anche il naso e in esso il moccio ivi contenuto, che son solito tirar su, si… tirar su col moccio di rushdiana memoria, tirar col naso il moccio fin su nel cervello. Quindi, mi si sta congelando la materia grigia! Anche in questa materia a scuola andavo assai maluccio, un somaro matricolato rimasto per sempre allo stadio di matricola, gareggiando con l’istituzione scolastica nell’intento di abbandonare gli studi prematuramente prima che quelli m’avessero fatto diventar scemo del tutto. “Chissà chi ha vinto,” rimugino ora, mentre la lingua ormai non so più cosa sia, non m’appartiene più, gira in slitta da canini sul pack di surgelati Fintus, tipo “Quattro saraghi e una patella”. Piango lacrime di ghiaccio quando suonano alla porta. Un sussulto mi prende in pieno e comincio a sbraitare in linguaggio zeppoluto che sono in un mare del nord di guai, ma la mia voce somiglia al guaire del cane della vicina. Magari è lei con il suo amico a quattro zampe, forse un cane da soccorso, che mi tirerà in slitta verso il campo base, dove i miei compagni d’avventura accenderanno un fuoco per farmi scongelare e riprendere i sensi… che pian piano sento di perdere, come parte della faccia, già persa moralmente per la cazzata immane che sto compiendo.

Arma (Bianca) Duck

Stavolta l’ho fatta grossa. Magari!

Corro a braccia aperte sulla spiaggia. Il vento è padrone dei miei lunghi capelli biondi. Il sole massaggia gioiosamente la mia pelle abbronzata. L’acqua marina rinfresca i miei agili piedi che volano sulla battigia. Lei mi corre incontro nuda. Bellissima! Dai lunghi capelli corvini e gli occhi verde indaco, che guardano solo me. I suoi seni, con i capezzoli come canne di fucile puntate al cielo, ballano al ritmo vorticoso dettato dalle nervose gambe di gazzella. L’anfratto dei desideri, nascosto da brillante vello bagnato di fresca rugiada marina, intona il soave canto delle sirene che rese schiavo Ulisse. Eccitato come un dio nell’intento di creare nuove stelle, nudo punto verso lei con la mia colonna dorica che pare eretta dal miglior Fidia. Ella, alla vista di cotanta bontà d’animo, ingaggia con il tempo una vittoriosa lotta al fine di raggiungermi pria che mai.

Pochi metri ci separano, ormai. Le nostre virtù urlano al mondo ebbre di desiderio. La passione ha ormai debellato ogni nostra ratio. Gli istinti del peccato originale sono padroni dei nostri cuori schiavi e sanguinolenti. Il tutto accade. Ora! Squilli di tromba e sonate d’arpa avviluppano i nostri corpi frementi. Le mie possenti braccia da lottatore la sollevano avvinghiandola come anaconde tropicali. Le nostre lingue s’intrecciano come braciole ripiene al peperoncino piccante. I nostri turgidi capezzoli duellano fra mille scintille di biblica passione. Quando il mio rigido Virgo penetra nel suo antro di Sibilla, è la Genesi e l’Apocalisse in tutt’uno. Il mio nervoso pugnale infierisce senza pietà nella sua ferita sanguinante gocce roventi. Il mio calloso piffero intona un pagano Te Deum degno dello stantuffo del cocchio di Zeus.

Fuochi d’artificio, scoppio di meteore, giudizio universale. È l’avvenimento! Un solo neo disturba il grande evento: un trillo. Dissonante, che trapana i miei poveri timpani. La lussuria tentenna. Le sode carni di lei rarefano come nubi al vento. Il mare tràmuta in tela di sacco. Il cielo e il sole scappano via come ladri. Il mio pugnale si riduce ad appena uno stiletto spuntito. La di lei ferita non è più che un flebile umido ricordo.

Solo il trillo persiste uguale. Il trillo che trapana le mie fottute orecchie ponendo tra le pieghe del mio cervello un atroce dubbio. Un sospetto. Il sospetto, che a poco a poco mi pervade tutto e fa sbarrare i miei occhi spaesati, che osservano un bianco soffitto, mentre questo cazzo di trillo di questa dannata sveglia mi ha proprio rotto le palle già di primo mattino. Tutte le sante mattine, sul più bello del sogno di tutti i sogni, lei suona, stramaledettissimamente suona. Per tutta la notte non faccio altro che sognare boiate pazzesche e quando ingrano un sogno cazzuto lei che fa? Suona, trilla, rumoreggia, fracassa la mia fantasia strappandomi dal più bello del sogno. E che sogno! Fantastico, dopo di che non mi resta altro che la realtà. La dura realtà, bah. Già è difficile affrontarla alle sette del mattino, ma farlo dopo un sogno simile. Sigh! Mi sta proprio prendendo una stretta al cuore. Veramente… più che una stretta al cuore direi una fitta allo stomaco. Anzi, un po’ più giù. Alla pancia. Una fitta alla pancia? Ci risiamo, devo correre al cesso. La fagiolata di ieri sera mi sprona alla cagata delle Valchirie!

In bagno, seduto sulla tazza mi osservo allo specchio, di sbieco. Praticamente mi spio, sottecchi e constato: ho proprio una faccia di merda. Inoltre, i miei lineamenti si contorcono nello spasmo viscerale. Per la miseria, come è dura la vita. E si, talmente dura che proprio non esce. Non mi viene, che volete farci, sono stitico. Bella scoperta, sono anni che lo sono. Meglio rinunciare, per ora. Tiro lo sciacquone, che tristemente convoglia al mare solo acqua e desiderio. È il caso di andare in cucina a farmi un bel caffè ristretto. Magari facendolo bollire un po’ e zuccherarlo abbondantemente, per renderlo più efficace. Mmmh, che ciofeca, la butto giù d’un fiato ustionandomi tremendamente la lingua. Speriamo almeno che faccia effetto, con l’aggiunta di questa bella sigaretta, di quelle francesi, pesantissime. Senza filtro! Aspiro a pieni polmoni seduto direttamente sulla tazza del bagno, così… libero. O meglio, nella speranza di esserlo tra breve. Una boccata, due. Un’altra fra le dita delle mani congiunte come si fumano gli spinelli. Oè, cosa state pensando? L’ho visto fare al cinema. Il cesso ora è proprio una fumeca. Anche il fumo passivo farà il suo effetto, che non tarda a venire. Eccolo, tra poco. È lì per lì: lo stimolo liberista! Aaah, lo sento. Cannoneggia da lontano. A momenti… sta per scoppiare la rivoluzione. Dai… e vai… forza… Mi spremo, mi contorco come un tubetto di pasta d’acciughe, ma niente da fare. Devo rimandare. sono stitico. Eh già.

Nel frattempo mi vesto, bevo un’altra tazza di caffè, un bicchiere di latte bollente… così la vedremo. Perché se qui non scoppia la rivoluzione dovrà per forza scoppiare almeno un tumulto viscerale, altrimenti la situazione ristretta mi porterà inevitabilmente alla presa della pastiglia. Eh si, della pastiglia, di quelle lassative. Potentissime, dal nome che è tutto un programma: Miracolax. Costano pure poco, le ho comprate al supermercato. C’era l’offerta 3×2: caghi tre e paghi due. Ne ingollo due con un bicchiere d’acqua calda, ma checché ne dica la pubblicità, lo stimolo non arriva. Niente. Come se avessi un tappo di sughero in culo. Quasi quasi me lo cavo con il tirabusciò. Stapp! Aaah, tutto quel decantare, mmmh… che aroma. Bah, non mi resta altro che uscire di casa.

In autobus la solita calca (ah che parola, se non fosse per quella elle al posto di quella ci.) Il pensiero comunque non mi abbandona. Tutti insieme balliamo la samba nell’autobus al ritmo delle curve e delle frenate. I sussulti e le spinte fanno ritornare alla carica una mappazza più che mai desiderosa d’uscire. C’è una signora che a ogni fermata mi urta ficcandomi un borsone dritto nella pancia, ormai dolorante. Comincio a sudare freddo. Guarda un po’ il destino del mio intestino infame, con una intera mattinata dedicata ai più sofisticati stratagemmi, proprio qui doveva accadere il miracolo italiano? Che cagata! Mi farei, ma incrocio le gambe e stringo i denti, oltre ai glutei. Finalmente giunge la mia fermata. Scendo urlando “permesso, permesso.” Avendo per tutta risposta la corale domanda “ma addo’ stato currenno, dinto o’ cesso?” Una volta giù corro verso il palazzo dove risiede il mio ufficio, praticamente con i pantaloni già sbottonati. All’interno, destinazione obbligatoria: i cessi a pian terreno. Vi arrivo trafelato, non ho avuto neanche il tempo di timbrare il cartellino. Oddio, sono in un ritardo pauroso e, tra poco, ci sarà l’ispezione del direttore dipartimentale. Il mio capoufficio mi aveva tanto raccomandato di essere, almeno stavolta, puntuale. Che figura di merda! Già, intanto spingo a cosce divaricate e brache calate. Mi concentro, mi sforzo, sudo come un maiale e che cazzo… un attimo fa stavo per straripare dalle mutande con un fiume di merda in piena e adesso… peggio di un rigagnolo di merda secca rinsecchita al sole. Nulla. Nisba. Nix. Che palle: sono stitico!

Alle undici l’ispezione, che ho disertato, è passata da un pezzo, quand’ecco rovinare nel mio ufficio il capo con la schiuma alla bocca peggio di un cane rabbioso. Col volto tutto tirato, sputacchiando di qui e di là, mi defeca in faccia la miglior scelta d’offese degna dei peggiori vespasiani alla stazione. La cazziata non mi tange, ormai ne sono immune, ma la sua faccia da culo spremuto mi fa ritornare prepotente lo stimolo. Guardo il mio dirigente agitarsi come un matto e goccioline di sudore freddo imperlano la mia fronte. La sfuriata è interminabile. Lo guardo con occhi supplicanti, che lui crede sintomo di sottomissione, ma tutt’altro. Mi alzo di scatto, mentre lui ancora sbraita ed esco dalla stanza sbattendo la porta. A stento sento le ultime parole strozzarglisi in gola, tipo “te la farò pagare quando mi chiederai di firmarti il piano ferie…” Bah, sono al cesso. Mi risforzo, rispremo, rispingo. Rinuncio! Nulla di fatto. Sono stitico. Torno al mio posto e per farla breve: per tutto il santo giorno evado una pratica e vado al cesso, evado una pratica e vado al cesso… fino al termine della mia più lunga giornata lavorativa e indefessa anzi, indefecata, direi.

A casa riprovo… niente, doccia e via. Corro da Paola, la mia donna… bella. Beh, non come la donna del sogno, ma nemmeno io sono come l’adone onirico. Mi va bene, ma che dico: sono felice. Paola è dolce, carina e mi ama. La vado a prendere a casa. Busso al citofono “chiii è?” Sussurro nel microfono “io, amore” e lei tutta felice “oh Arturo, scendo subito, in un attimo.” Dopo più di mezz’ora… “eccomi, hai visto ho fatto una corsa.” Già, ma l’amo anche per questo. Ci baciamo. In macchina ci ribaciamo, stavolta con la lingua a girella per un paio di minuti buoni e voliamo via verso la pizzeria.

Nel locale mi rendo conto che non abbia granché fame, ma le avevo promesso di portarla a cena fuori. Mi rimprovera sempre che voglio cenare a casa. Sapete com’è, è più comodo… Comunque, il tête-à-tête alle quattro stagioni è formidabile. Tutto sguardi ammiccanti, paroline dolci, risolini gai e… fantastici stimolini. Stimolini! Oh no, di nuovo. Con la scusa di dovermi lavare le mani, chiedo sottovoce al cameriere dove sia la toilette, “come?” Riprovo alzando un po’ più la voce “scusi, il bagno…”
“Cosaaa?”
“Addò sta o’ cesso?”
“E sta di là, ma che modi.”
“Grazie” e volo. Apro una porta e me ne trovo davanti un’altra. Giro la maniglia e… cazzo! È chiusa. Busso insistentemente. “Occupato,” una voce strozzata mi risponde, ma io sto troppo male. Ribusso a mano aperta: bam, bam, bam! “Un momento, ma quanta fretta?” Dopo circa dieci minuti di scoregge varie sento, finalmente, lo sciabordio dell’acqua dello scarico. Soave melodia. Esce un omone con scritto in faccia “ma che bella cagata!” Seguito da una puzza mostruosa. “Beato lui,” penso in apnea e tento d’imitarlo, ma nonostante gli sforzi di copiarne le gesta, non ci riesco. Tanto per cambiare. Paola si sarà senz’altro innervosita per la mia assenza. la raggiungo insoddisfatto, “ma come? Venti minuti per lavarsi le mani? Non è che ti sei fumato uno spinello? Fammi sentire l’alito.” Mi giustifico senza ammettere la dura realtà “no, no, cara. Lo sai, è da quando stiamo insieme che non fumo più quella robaccia.” Già, l’avevo visto fare al cinema, eh? Fatta la pace con un bacio al sapor d’acciuga, la serata è proseguita, oltre che con la falsa lavata di mani, con una finta telefonata, un’inattendibile pipì, un’infondata controllata all’auto (è un cesso), una bugiarda voglia di birra, ma al bancone, una fraudolenta verifica del conto alla cassa, una spergiura seconda telefonata, un “mi hai proprio scocciata, accompagnami a casa.” E c’hai ragione.

In auto scena muta e mal di pancia. Sotto al suo portone di casa bacetto e sorrisino freddini, un “salgo da te? e un “sono stanca, ho mal di testa” e mal di pancia. In auto, sulla via del ritorno, pensieri di lei tutta nuda sul letto e mal di pancia. A casa, finalmente libero di assecondare i miei bassi istinti e… e… basta! Passato il mal di pancia, passato tutto. Ogni stimolo. Asciutto come pietre spaccate dal sole. Tanto vale andarsene a letto e rimandare tutto a domani. Eh si, domani è un altro giorno, si cagherà.

Ninetto Gabin

Pesci fetenti


Era la volta buona. Ero quasi riuscito a individuare la strada giusta. La percorrevo sicuro di me stesso. A volte mi fermavo a sorridere ai passanti. Quasi mi prendevano per scemo, ma io insistevo. Insistevo a sorridere. Crepavo dal ridere. Uno mi si avvicinò e mi chiese in uno slang ineditabile, “ma che cazzo ride a ffà’?” Evitai di rispondergli, ma quello mi tirò per la giacchetta, “che m’hai pigliato pe’ scemo? Mo’ mi dice pecché me guarda e po’ me ride n’faccia!” Io cominciai a disegnare un graffito sul muro con un temperino appuntito, ma quel tipo continuava a urlarmi negli orecchi… “che ride a ffà? M’è pigliato pe’ scemo?” Lo squadrai da capo a piedi. Era un tipo alto e ben piazzato, allampadato color cioccolato avariato. Doveva spendere tutto lo stipendio, caso mai ne guadagnasse onestamente uno, in sedute di lampada Uva. In ogni caso non era sgradevole. Certo non c’era motivo che lo prendessi per scemo, in tutti i casi continuava a comportarsi da tale. “Che cazzo vuò? Pecché me guard’e nun parla? Mo’ te scasso a faccia!” Cominciò a strattonarmi, a spingermi, io cercavo di tenere la punta del temperino attaccata all’intonaco, per continuare a graffitare parole… d’aiuto forse, anzi no, credetemi, del tutto indifferenti. Infatti me ne infischiavo. Lasciavo fare. L’intercorrere dei fatti non mi turbava. “Me scassato o’ cazzo, mo’ te faccio na’ bella!” Un periodo complesso proprio non riuscivo a scriverlo, in ogni caso (ma quanti casi?) proverò a descrivervelo: un velo d’inefficacia calava sulle mie membra ormai inadatte a qualsiasi sforzo. Giacevo semi inerte a pancia all’aria, appena avevo la forza di girarmi di lato per scoreggiare…  lei mi guardava nervosa, pronta allo scatto d’ira. Prese una sedia e me la spaccò sulle gambe. Un dolore lancinante pervase i miei arti inferiori. Che male… Quasi non riuscivo a respirare. In ogni caso… e dagli, ma è mai possibile che non riesca a usare un’interlocuzione migliore. Più efficace. Meno stupida. Più discorsiva. Meno inappropriata. Più o meno. Meno cercavo di scrivere sul muro con quel benedetto temperino appuntito più l’abbronzato di sole artificiale mi perquoteva con una mazza che aveva trovato lì in terra. In terra ai suoi piedi calzanti Reebok da trecento euro. “Tu me guarda pecché io so’ dissoccupato e nun pozzo magnà, dice a’ verità.” Se lui non poteva mangiare io non avevo mai mangiato nulla in vita mia, mentre non ne potevo più delle sue mazzate sulla testa, che mi allontanavano dalle parole che, ancora, cercavo d’incidere sul muro che mi trovavo davanti. A due centimetri dal mio naso sanguinante.

Tentai di buttar giù due righe, sperando che avessero un senso compiuto: erano le sei e tu non rientravi. Perché ogni volta che esci con il tuo amante mi lasci un biglietto dettagliato, persino con delle illustrazioni, di ciò che farete alle mie spalle? Ti giuro: ogni volta il suo pesce fetente me lo sento dentro me stesso come fosse il mio… di amante. E colui che tenterà di esservi amico vi chiederà l’ora ogni due minuti, perché di voi sarà un fiero sostenitore. In ogni tempo e con ogni tempo e per chissà quanto tempo. Insomma, non ve lo leverete mai più di torno. Sempre lì a infliggervi affetto, a oltranza. Diventandovi molto intimo. Occupando la vostra stanza anzi, sapete che farà? V’intimerà lo sfratto, perché guarda caso è il vostro proprietario e non solo dell’appartamento nel quale vi ostinate a vivere, ma che vivere. Vogliamo dirla tutta? A sopravvivere, perché altro non siete capaci di fare. È vero, è vero, ci mettete impegno a vivacchiare per non sembrare un tipo inopportuno, e intanto il padrone allampadato ve le sta dando di santa ragione, mentre voi avete un dannato torto. Il dannato torto di essere qui su questa terra, buttato lì per terra, ma mettetevi vergogna. Vergogna di vivere e guardatevi allo specchio. Non avete pietà nemmeno della gente che rappresentate: drogati, puttane e ladri. Ladri di polli però e puttane di quart’ordine e drogatelli da strapazzo, perché mica riuscirete a fare colpo nella vita e ancora un altro colpo sulla testa. Quell’energumeno mi aveva spaccato il sopracciglio con un calcio in faccia, inferto con uno stivaletto Darmani in pelle di gnù da cinquecento euro (lo stivaletto, non lo gnù e tanto meno Darmani e inoltre… ma non aveva le reebok? Scemo… quello è l’amico, o’ frato,) ma che casino… è giusto che incida la parola fine. Ecco, che bel graffito… prego? Sono mille euro di multa? Per una simile cazzata? Proprio perché è una cazzata mi costa mille euro? Ah si? Se scrivevo qualcosa di sensato non mi faceva la multa? Il vigile staccò il verbale e lo lasciò fluttuare nell’aria. Si poggiò leggermente sulle Reebok del vil perturbato “ e che d’è sta murta?”
“E chella pecché tu nun mietto mai o’ casco.”
“Ch’è e’ reebuk? E mica portano o’ casco o’ fra’?”

Blindo Sterzo

L’attesa

Aspettiamo da due ore, ormai e nulla lascia intuire che accada qualcosa che cambi la situazione. Il cellulare, maledetto aggeggio, è dannatamente timido, rinchiuso nel suo silenzio. Io e mia sorella siamo frastornati, delusi, quasi quasi telefono a nostra madre. Dolci parole scorrono verso i miei orecchi: la mamma è sempre la mamma. Rinfrancato un po’ dalle carezze verbali materne ritorno ai mie pensieri. Pensieri foschi, torbidi, impensabili in condizioni normali, non foss’altro perché nostra madre è morta cinque anni fa.

Elze Viro

Se ti prendo, io ti rompo il…


Li guardai! Osservandoli attentamente era chiaro quanto fossero assolutamente privi di buone intenzioni. Mi squadrarono a loro volta da capo a piedi, soffermandosi insistentemente verso la metà di me stesso. Compresi le loro mire anzi, le loro pretese. Scrutai gli angoli tremanti delle loro bocche. Le dita nervose con cui carezzavano l’arnese. I loro passi sicuri. Sicuro! Verso di me, contro di me. Rimasi immobile come morto, schiacciato dalla paura del poi, che sembrava come sospeso: interminabili secondi scandivano il maledetto tempo che mi separava dall’abnorme cattiveria che, di lì a breve, i due energumeni avrebbero perpretato nei miei confronti. Eccoli. Bruti! Sentii le loro umide mani afferrarmi le cosce. Mi stropicciavano i vestiti, mi palpavano, mi tastavano le guance, come una carezza, che uno dei due, il più vecchio, sembrò rivolgermi avvicinando il suo volto al mio, ma nel profondo dei suoi occhi scorsi la mia fine. Mi costrinsero a voltarmi a pancia sotto. Mi afferrarono tentando d’immobilizzarmi. Tentai di divincolarmi sferrando un calcio nello stomaco di uno di loro, mordendo la mano dell’altro, ma fu tutto inutile. La mia ribellione causò l’arrivo di altri tre della banda, richiamati dalle urla di rabbia dei primi due. Urlai come un forsennato, ma uno dei nuovi arrivati mi tappò la bocca con la mano, stringendo fin quasi a soffocarmi. Nessuno giunse in mio soccorso. Del resto non ci speravo affatto. Sapevo solo io quanto la mia sorte fosse segnata. Già, che sorte terribile m’aspettava. Calarono i miei pantaloni, mi tirarono le mutande fino alle ginocchia. Ero nudo! Alla loro mercè. Mi pizzicavano il sedere e ridevano. Tirarono a sorte per decidere a chi toccasse. Li sentivo contare. Il prescelto fu presto designato. Toccò al più grosso di tutti. Ahimè, sudavo freddo. Di lì a poco avrei provato un dolore terribile, acuto, profondo. Fra poco mi avrebbero fatto la festa. Fra poco l’orribile penetrazione sarebbe stata inferta ai miei danni in tutta la sua mostruosità. Eccolo, lo sentivo. penetrava a poco a poco, facendosi largo nel mio sedere dolorante. Ero finito, sfinito. Avevo, in un sol colpo, perso tutta la dignità di giovane uomo. Eh già, perché la scommessa, fatta con i miei compagni di stanza, che i dottori e gli infermieri del reparto pediatrico dell’ospedale dov’ero ricoverato non fossero riusciti a farmi l’iniezione quella sera, ormai l’avevo persa!

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Ero solo nel soggiorno di casa mia

Assorto nei miei pensieri. Cercando di allontanare le menzogne, in particolare quelle volanti, salvando solo le cose vere o presunte tali, seppur striscianti, essendo io l’unico giudice dei miei processi mentali e vitali provavo a vivere. Ascoltavo una strana musica dalle cuffie. I suoni rimbalzavano da un timpano all’altro sbeffeggiandomi. Il mio gatto vegliava sulla mia incolumità mentale, stando attento che la realtà intorno a me non diradasse e, come già in altre occasioni, mi abbandonasse del tutto. Mi sembrava di star bene. Vigile. Accorto ma… d’un tratto ebbi come un flash! Un lampo di luce, un riverbero accecante e quant’altro di simile la letteratura mi suggerisse. Non vidi più nulla per alcuni secondi o più, solo luce bianca, poi… venni preso come in un vortice. No, no, proprio un vortice, fatto di musica e colori e odori e sensazioni piacevoli e dolore fisico. “Ci risiamo,” ebbi appena il tempo di pensare “comincia un altro viaggio.” A poco a poco mi sentivo sprofondare nel divano o in ciò che credevo tale. Subito dopo ne fui inghiottito totalmente. Mi trovavo in un ventre ansimante, umido, vivo. Ero agli inizi di me stesso, in una fase primordiale. Completamente frastornato, ma felice mi riscoprii totalmente nudo. Ero immerso in un liquido caldo e protettivo, non avevo bisogno di respirare. Avvertivo un senso di sazietà, ma al contempo di assoluta leggerezza. Non avevo la misura di me stesso. Non sapevo il mio corpo dove iniziasse e quando finisse. Poi, drammaticamente, mi resi conto di non averlo affatto, un corpo. Cos’ero? Se ero! Eppure esistevo. Non avevo un volto, né occhi naso bocca. Nulla di tutto ciò. Però c’ero. Vivevo. All’istante un colpo di vento mi spazzò via. Lo sentivo fischiare intorno a me. Insieme a me. Fischiavamo fuggendo via. Lontano, soffiavamo nella stessa direzione, poi in un’altra, quindi altrove. Fin quando d’un tratto il vento cessò. Ebbi paura.

Mi ritrovai sospeso nel vuoto assoluto. Nella più totale assenza di materia. Ero lì, ma contemporaneamente altrove. Improvvisamente fui in un corpo. Un corpo di donna. Mi toccai i seni, il ventre caldo. Con la mano mi carezzai il pube. Con le dita penetrai nella vagina, umida, delicata. M’inebriai di piacere, ma voltandomi scorsi nella penombra un altro corpo disteso al mio fianco. Ebbi la sensazione di morire. Eravamo in un letto. Ero nudo… nuda! Sentivo l’altra persona respirare ritmicamente, dormiva. Ero terrorizzato. Il buio m’impediva di capire dove fossi, ma una sensazione fortissima m’induceva a pensare che lì ci fossi già stato, forse vissuto. Mi alzai di scatto dal letto, avvertii i seni ballonzolarmi davanti. Che strana cosa. Mi eccitai. Tastoni uscii dalla stanza. Socchiusi la porta e accesi la luce in un corridoio. Il bagliore mi sconcertò: era la mia vecchia casa, dove avevo abitato per molti anni. Corsi in bagno, sapendo dove fosse. Avevo uno strano presentimento. Entrai, feci scattare l’interruttore e la luce invase la piccola stanza. Lo specchio riflesse la mia immagine. Lanciai un urlo… con la voce della mia ex ragazza, ma… ero lei! Sconvolto, mi guardai attentamente. Non potevo crederci. Ero bella come allora, quando la lasciai. Un sentimento di profonda commozione velò i miei occhi chiari. Ero… era bellissima. Il cuore mi batteva incredibilmente. D’un tratto s’aprì la porta. Vidi l’altra persona. Rimasi di sasso. Ero io sette anni fa! Restai immobile. “Cosa fai? Non ti senti bene?” Mi chiese preoccupato. Non riuscivo a parlare. Vedevo me stesso più giovane guardarmi con gli occhi ardenti dell’amore. Mi squadrai da cima a fondo, cioè… l’altro me stesso, di cui non percepivo la mente. Si avvicinò, mi carezzò la pancia. Era anch’egli nudo. Accostò il proprio volto al mio. Sfiorò con le sue labbra le mie, poi saettò la sua lingua nella mia bocca. Ci baciammo ripetutamente. Sentivo il suo pene premere contro il mio addome.

Io baciavo lui, che era me stesso, che baciava lei, che ero io. Mi prese la mano per condurmi in camera da letto. Ricominciò a baciarmi, dovunque. Sulla bocca, sulle guance, sul collo, sulle spalle, sui capezzoli. Provavo un piacere intensissimo al centro del ventre. Era bellissimo. Eravamo abbracciati, lui era sopra di me e mi baciava nei punti dove io baciavo lei quando facevamo l’amore, sapendo cosa le piacesse. Ed ora io provavo le sensazioni che, forse… ma si, provava lei. Mi dischiuse le gambe e, dolcemente, mi penetrò. Ebbi un tuffo al cuore, che mi si bloccò per alcuni, interminabili istanti. Provai per la prima volta qualcosa d’inimmaginabile prima. Fu stupendo. Abbracciata a lui/me, che mi amava, che respirava e si muoveva ritmicamente, piansi. Piansi fiumi di lacrime, che bagnavano le lenzuola. le sentivo scorrere sul pavimento e a poco a poco il letto galleggiò in un mare di lacrime salate, che aumentavano di livello. Sempre più, fino a quando un vortice mi risucchiò sconquassando la mia mente. Mi sbattè sul divano di casa, dal quale ero partito eoni fa. Sudato e stremato la musica era cessata. Solo ora mi rendevo conto che ella mi aveva accompagnato per tutto il percorso del mio viaggio. Il gatto sonnecchiava tranquillo. Mi asciugai la faccia con un kleenex, ero calmo. Ero tornato anche stavolta. Avevo paura che un giorno non ritornassi mai più. Accesi una sigaretta e aspirai un’intensa boccata di fumo, facendolo fuoriuscire dalle narici. Alzai la cornetta del telefono e composi il suo numero. Per la prima volta, da quando l’avevo lasciata, mi resi conto che avevo terribilmente bisogno di lei.

Chiara Alba

Storia a perdere in quattro righe


“Auguri,” le dissi. Lei mi ringraziò, tuttavia rimase perplessa. Mi guardava con occhi sgranati, forse colpita da un particolare del mio volto. Aveva delle ciglia così lunghe e così fitte che, battendo le palpebre, quasi mi spettinò i capelli. Venni colto da un sussulto romantico, una stretta al cuore di quelle che ti fanno sperare di essere un uomo diverso, magari in tutt’altro luogo, a fare qualcos’altro. Avrei voluto far colpo su di lei, conquistarla, ma sapevo quanto ciò fosse impossibile. Nemmeno rivivendo totalmente la mia vita, sbagliata in tutto: letteralmente sfuggita dalle mie mani, scivolose e imperdonabili. Ormai era troppo tardi. Non c’era più tempo. Ci sarebbe voluto un miracolo, ma ero ateo. Sapevo che nulla avrebbe potuto modificare la realtà. Accettai, sfiorandole le dita della mano, le monete che lei, per compassione ma avvilendo la mia passione, mi regalò insieme a un bellissimo sorriso, facendomi mancare il fiato per alcuni secondi. Mi salutò e scappò via. La guardai allontanarsi dal mio angolo di marciapiede. Appena svoltò, piansi lacrime di rimpianto.

Selvy (la Selvatica Occidentale)

Il coso

Avevamo entrambi fame, ma non potevamo aprire il frigo! Era abitato da uno strano essere, che non ci permetteva di utilizzare il meraviglioso elettrodomestico. Il coso si era rinchiuso dentro utilizzandolo come abitazione. Usciva solo di notte per cercar da mangiare, ma noi avevamo lo stesso paura di guardarci dentro. E se aveva un parente? Non l’avevamo mai visto bene in faccia, ne coglievamo sempre e solo l’ombra, nulla più di una sensazione. Era così sfuggente! In pochi balzi saltava sulla finestra e spariva nel buio. E dire che abitavamo all’ottavo piano. Un fenomeno. Di giorno non c’era verso di aprire il frigo, talmente si barricava dentro, ma… in fondo non gli volevamo male. Un po’ ne eravamo affezionati. Non sapevamo nulla di lui, ma di sicuro era un essere che amava il freddo, per questo lo chiamammo Freddy. A volte, raramente, nelle notti di luna piena rimaneva qualche istante sul davanzale della finestra. Ne scorgevamo la silhouette. Era buffo, con un muso lungo e la barbetta da capra, gli occhi obliqui rischiarati dalla luce lunare, le orecchie lunghe e appuntite. Poteva essere alto un quarto di metro circa, con le braccia e le gambe ridicolmente corte e sospirava. Probabilmente si sentiva solo. In quei rari momenti intuivamo che ci guardasse con un po’ d’invidia, me e Silvia. Noi, in due, avevamo uno scopo in più. Eravamo spesso lì a sbaciucchiarci sul divano, stretti l’uno all’altra. Ci sembrava che Freddy ci osservasse geloso, poi scappava via borbottando qualcosa tra i lunghi denti affilati.

Non sapevamo nulla di lui né quando fosse arrivato in casa. Silvia, un giorno, non riusciva ad aprire il frigo e mi chiamò al cellulare pensando che fosse rotto. Quando la sera rincasai, le tentammo tutte per aprire la porta. Riuscimmo appena, con un grimaldello, ad aprirne una fessura per sbirciarci dentro. Notammo quest’esserino con i piedi contro la parete di fondo e le mani pelose avvinghiate agli scomparti delle uova. Digrignava i denti ed emetteva strani e acuti gridolini gutturali in una lingua sconosciuta. Pensammo bene di lasciar perdere. Poteva persino essere pericoloso. Eccitati andammo a letto a far l’amore. Tutto sommato non ci dava granché fastidio, a parte l’occupazione del frigo, ovviamente. Non toccava nulla del resto delle nostre cose ed era molto, molto pulito. Il frigo non era mai stato così lindo. Nessuna puzza di cibo avariato, come spesso capitava prima e poi, i suoi bisogni li faceva sempre fuori e teneva la sua casa un vero splendore. Da quando c’era lui la cucina profumava di lavanda, che immaginammo rubasse dal supermarket sotto casa, non avendone mai posseduto prima. Fatto sta, che anche noi diventammo più puliti. Facevamo sempre i piatti… insomma, anche per rispetto del nostro nuovo coinquilino. Poi prendemmo l’abitudine di consumare sempre cibi freschi, gioco forza non potevamo conservarli al freddo. Ciò era buono per la nostra salute.

Beh, in fondo la convivenza era possibile. Decisamente possibile. Anzi, ci sentivamo dei privilegiati, degli originali. In strada camminavamo con il sorriso sulle labbra, sapendo di essere gli unici ad avere un ospite così particolare. Un giorno tentammo di conoscerlo un po’ meglio. Già da un po’ di tempo notavamo quanto anche lui fosse meno sfuggente del solito. Non conoscendo bene le sue abitudini alimentari, usammo della frutta come esca, sperando che uscisse allo scoperto. Così, tanto per parlargli, scambiare qualche opinione, nonostante parlassimo lingue tanto diverse. Attendevamo al buio, ma non succedeva nulla. Niente. Ci rattristammo e stavamo per rinunciare, quando uno spicchio di luce illuminò il pavimento. Era Freddy, che ci spiava. Eravamo felici e trepidanti. Forse l’incontro ravvicinato del terzo tizio si sarebbe verificato. Improvvisamente, il coso spense la luce del frigo, spalancò la porta, saltò fuori e… flash! Per qualche istante non vedemmo più nulla, accecati dal lampo. Poi, un po’ per volta riacquistammo le nostre facoltà visive. Cos’era successo? Cosa ci aveva fatto? Eravamo smarriti, ma si riaprì la porta del frigo e una timida manina pelosa, dalle lunghe unghie, lasciò cadere qualcosa in terra. Era un rettangolino di cartoncino, di pochi centimetri. Ci avvicinammo affascinati. Silvia lo raccolse e… sorpresa! Era una foto. Ci aveva scattato una foto con una Polaroid. Che tipo. La foto ci ritraeva in evidente stato d’ansia, però eravamo venuti bene. Silvia era bellissima e io capii ancora di più quanto l’amassi. Qualche istante dopo notammo un altro flash trapelare dalle guarnizioni della porta del frigo. Poco dopo si socchiuse e la solita manina lasciò cadere un’altra foto. Era lui. Che carino. Si era fatto l’autoritratto. Formidabile. Eravamo eccitatissimi. Anche lui doveva esserlo, perché lo sentivamo ridacchiare all’interno dell’elettrodomestico. Non richiuse la porta e capimmo: voleva la nostra foto. Gliela passammo e lui l’afferrò quasi scippandocela dalle mani. Era curioso come noi. Qualche secondo dopo lo sentimmo crepare dalle risate. Che aveva così tanto da ridere? Mica eravamo tanto strani. Mah, ce ne tornammo nella nostra stanza sospirando.

Il giorno dopo ci svegliammo molto tardi. forse per l’emozione della sera precedente. Ci sentivamo ancora esausti. Ci baciammo e corremmo subito in cucina. Triste sorpresa. Trovammo la porta del frigo spalancata e di Freddy nessuna traccia. Anzi si… un bliglietto nello scomparto del burro. Era scritto in una lingua incomprensibile. Era un bliglietto d’addio. Ci guardammo l’un l’altra sconsolati. Il frigo, però, era uno specchio. Che signore quel Freddy. Per i giorni seguenti lasciammo tutto così com’era, nella speranza che ritornasse. Poi, tornammo alla nostra solita vita, consapevoli che non sarebbe mai più stata la stessa cosa, senza il nostro amico. Tuttavia, ancora oggi nelle notti d’estate di luna piena, ci sembra di scorgere la sua stravagante sagoma sul davanzale della finestra e crediamo d’essere un po’ più felici.

Alfredo Barnelli

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3 Risposte to “Conti e acconti di racconti”

  1. Ma che freddo fa, ma che freddo che fa | CYBERFLANEUR Says:

    […] Investito da repentino quanto irrefrenabile desiderio di gelato al limone, fischiettando l’allegro motivetto del pulcino di Gabbro “d’inverno il sole stanco / a letto presto se ne va / non ce la fa più / non ce la fa più / la notte adesso scende / con le sue mani fredde su di me / ma che freddo fa / ma che freddo fa” apro la cella del frigo e getto un’occhiata all’interno. Il mio sguardo congela l’istante e all’istante nella cella dove sono imprigionati, da anni, i desideri gastronomici che congelai tempo fa. Ormai ghiacciati, è pur giunto il momento di causarne lo scioglimento. Rovisto con la mano fra sacchetti dal contenuto indefinito, sconosciuto, con le etichette scolorite, dalle parole irriconoscibili scritte con calligrafia illeggibile da mano tremante e il giudizio incerto per un dubbio sovrastante: ma che cazzo ho cucinato? Dubbio infugabile ma congelabile. Per identificarne la sostanza dovrei scongelarne qualcuno e analizzarlo, ma… ad anni di distanza, se poi il contenuto non sarà più di mio gradimento? Gli alimenti, una volta scongelati, non si possono ricongelare più, se no ti viene il cancro, almeno così dicevano in tivvù, ora lo dicono in internet. Quindi, la mia ricerca prosegue verso i ghiaccioli ignoti, fra le lande sconfinate del mio freezer. Vere e proprie distese ghiacciate, che nascondono etti ed etti di cibo. C’è anche un sacchetto contenente un jeans, sarà di Lucilla. Li congela per non lavarli, anche questo l’avrà letto in internet. La nuova bibbia, però scritta un po’ da tutti, prima della scadenza indicata sul retro di ciascuno di noi. Siamo tutti umani bibliodegradabili! Intanto continuo a rovistare con la mano infreddolita, dai bianchi polpastrelli come callo di medusa da una vita in ammollo, ma non trovo l’agognato sorbetto. Mi avvicino di più con il mento all’altezza della base del freezer. La frescura mi carezza il volto, è piacevole in queste calde ore pomeridiane, come è piacevole avvicinare la bocca al ghiaccio e inspirarne il gelo, tirare fuori la lingua e assaggiare la superficie refrigerata, mentre il paesaggio appare completamente bianco, sorta di pack casalingo immerso nel whiteout antartico quattro stelle, nella cui nebbia perdermi in un agghiacciante riverbero da sogno… ma un evento mi riporta alla ben più fredda realtà. “Nn poto moveve pù a’ ingua, è ‘ncoada a’ feezev… mmmh, che dovove.” Sono lì, come un deficiente incollato con la lingua alla brina congelata, impossibilitato a muovermi. “Che situazione,” penso e più mi dimeno più la mia lingua resta attaccata al freezer, ormai sempre più recluzer. Sbraccio all’indietro per cercare di prendere qualche oggetto, che mi sia utile per staccare la mia appendice, ma sembrano tutti fuori portata delle mie braccia, irrimediabilmente corte. “Eccola” penso, sbirciando di sottecchi la schiumarola. “Ci stacco gli hamburger attaccati al fondo bruciacchiato della padella…” rifletto. Intanto la mia lingua è diventata viola, la tocco con le dita, ma è del tutto insensibile, come una scaloppina morta. Afferro forte il frigo con le mani dalle nocche sbiancate per la presa da flipperista consumato e comincio a sbatterlo, con il solo risultato di rischiare il tilt e perdere la partita e la lingua, strappata dalla mia bocca dalla caduta rovinosa dell’elettrodomestico… no, devo smetterla con quest’idea sballata di far ballare il frigo. La lingua non si stacca, non dovevo metterla proprio lì, eppure sono un tipo taciturno, non metto mai lingua, mi faccio i fatti miei. Di certo, ora è venuto il turno di tacere per un bel po’, spero non per sempre. Intanto trilla il cellulare, ma se la suona da solo di là, a debita distanza nell’altra stanza, come sempre dal giorno in cui l’ho acquistato. Poi lo chiamano portatile, se fosse tale di fatto e non solo di nome l’avrebbero dotato di un gancio, di una ventosa da far aderire a pressione al proprio corpo, in modo da averlo sempre a portata di mano o meglio, d’orecchia. Invece no, l’ho lasciato di là, probabilmente sul sofà e ora che mi occorre per una questione di vita o di morte se ne infischia e fischia l’orribile motivetto della suoneria che ha scelto Lucilla, che sia proprio lei? Magari, potrebbe aiutarmi a staccare la spina al frigo e farmi compagnia in attesa di liberarmi dalla presa dei ghiacci. È il mio destino, le lingue sono sempre state il mio cruccio, in inglese andavo assai maluccio e… sto vaneggiando, oltre la lingua mi si sta congelando anche il naso e in esso il moccio ivi contenuto, che son solito tirar su, si… tirar su col moccio di rushdiana memoria, tirar col naso il moccio fin su nel cervello. Quindi, mi si sta congelando la materia grigia! Anche in questa materia a scuola andavo assai maluccio, un somaro matricolato rimasto per sempre allo stadio di matricola, gareggiando con l’istituzione scolastica nell’intento di abbandonare gli studi prematuramente prima che quelli m’avessero fatto diventar scemo del tutto. “Chissà chi ha vinto,” rimugino ora, mentre la lingua ormai non so più cosa sia, non m’appartiene più, gira in slitta da canini sul pack di surgelati Fintus, tipo “Quattro saraghi e una patella”. Piango lacrime di ghiaccio quando suonano alla porta. Un sussulto mi prende in pieno e comincio a sbraitare in linguaggio zeppoluto che sono in un mare del nord di guai, ma la mia voce somiglia al guaire del cane della vicina. Magari è lei con il suo amico a quattro zampe, forse un cane da soccorso, che mi tirerà in slitta verso il campo base, dove i miei compagni d’avventura accenderanno un fuoco per farmi scongelare e riprendere i sensi… che pian piano sento di perdere, come parte della faccia, già persa moralmente per la cazzata immane che sto compiendo. […]

  2. Le ganasce anteriori della mia “deux chevaux” | CYBERFLANEUR Says:

    […] Sono un tipo che va veloce, ma niente paura, perché le ganasce della mia auto sono gagliarde e assai mordenti. Tempo fa me ne andavo per la statale 65 a cento all’ora, quando la spia dei freni cominciò a lampeggiare dispettosamente. Cra-cra-cra sentivo provenire dal cofano anteriore. Bum-bum-bam e presi una bella sbandata! Mi fermai contro un albero col motore e il mio umore fumante. “Porcoupé,” imprecai. “Dovevo essere per le due in città e sono già le cinque, sono in un ritardo vergognoso.” Riuscii a uscire dall’auto aprendo a stento la portiera incastrata. Una volta fuori mi stirai i muscoli e sgranchii le gambe, feci dieci flessioni poggiando le mani rattrappite dalla tensione sull’asfalto umido. “Umido?” MI chiesi, “ma siamo in piena estate con il sole allo zenit?” Mi annusai le dita e un profumo dolciastro invase le mie narici, “benzina” pensai ad alta voce. Aprii il cofano maleodorante. Una nuvola di fumo nero mi aggredì gli occhi e la gola, facendomi tossire selvaggiamente e… “per la berlina, ma chi ha infilato la mazza dell’ombrellone fra le ruote come uno stuzzica ganasce?” Mi chiesi brandendo l’oggetto al cielo come una lancia. Presi la rincorsa e la scagliai tipo giavellotto al di là della siepe antistante, verso una fragolaia. Dopo pochi secondi un “aaargh” mi colse impreparato. Avevo colpito qualcuno? Quante domande, decisi di rispondere solo alla prima, “il figlio della sorella di mia madre, che è un gran casinista lui e le sue fissazioni di credere di essere mio cugino carnale, ma se sono vegetariano?” Rientrai nell’abitacolo e provai a rimettere in moto, cough cough burp bruuum vrooom vrooom vrooom coughe coughe coughe ecc., “santo cielo, è ripartita. Se mi sbrigo riesco ad arrivare per le sei all’appuntamento delle due. Un colloquio di lavoro. Quattro ore di ritardo per mettere subito le cose in chiaro.” Sgommai in retromarcia perdendo il paraurti, “fa niente, ne ho un altro di scorta in garage, rubato all’auto del mio vicino, una vecchia 127 sport parcheggiata lì da vent’anni.” Ingranai la prima e partii a tutto gas. In dieci minuti ero già a cento all’ora… beh, lo sprint non è proprio la caratteristica vincente della deux chevaux. Passai in terza senza calare la frizione, così… a orecchio, sentendo cantare i giri del motore. La lancetta del contachilometri balzò a centodiciassette all’ora, mentre cominciò a piovere a dirotto. “Ci mancava solo questa. Un attimo fa l’afa mi faceva sudare le meningi e ora sembra che il padreterno abbia tirato giù lo sciacquone.” La macchina ricominciò a sbandare paurosamente, “maledette gomme lisce, ma niente paura, avete mai visto ribaltarsi una deux chevaux?” […]

  3. Le ganasce anteriori della mia “deux chevaux” | CYBERFLANEUR Says:

    […] Sono un tipo che va veloce, ma niente paura, perché le ganasce della mia auto sono gagliarde e assai mordenti. Tempo fa me ne andavo per la statale 65 a cento all’ora, quando la spia dei freni cominciò a lampeggiare dispettosamente. Cra-cra-cra sentivo provenire dal cofano anteriore. Bum-bum-bam e presi una bella sbandata! Mi fermai contro un albero col motore e il mio umore fumante. “Porcoupé,” imprecai. “Dovevo essere per le due in città e sono già le cinque, sono in un ritardo vergognoso.” Riuscii a uscire dall’auto aprendo a stento la portiera incastrata. Una volta fuori mi stirai i muscoli e sgranchii le gambe, feci dieci flessioni poggiando le mani rattrappite dalla tensione sull’asfalto umido. “Umido?” MI chiesi, “ma siamo in piena estate con il sole allo zenit?” Mi annusai le dita e un profumo dolciastro invase le mie narici, “benzina” pensai ad alta voce. Aprii il cofano maleodorante. Una nuvola di fumo nero mi aggredì gli occhi e la gola, facendomi tossire selvaggiamente e… “per la berlina, ma chi ha infilato la mazza dell’ombrellone fra le ruote come uno stuzzica ganasce?” Mi chiesi brandendo l’oggetto al cielo come una lancia. Presi la rincorsa e la scagliai tipo giavellotto al di là della siepe antistante, verso una fragolaia. Dopo pochi secondi un “aaargh” mi colse impreparato. Avevo colpito qualcuno? Quante domande, decisi di rispondere solo alla prima, “il figlio della sorella di mia madre, che è un gran casinista lui e le sue fissazioni di credere di essere mio cugino carnale, ma se sono vegetariano?” Rientrai nell’abitacolo e provai a rimettere in moto, cough cough burp bruuum vrooom vrooom vrooom coughe coughe coughe ecc., “santo cielo, è ripartita. Se mi sbrigo riesco ad arrivare per le sei all’appuntamento delle due. Un colloquio di lavoro. Quattro ore di ritardo per mettere subito le cose in chiaro.” Sgommai in retromarcia perdendo il paraurti, “fa niente, ne ho un altro di scorta in garage, rubato all’auto del mio vicino, una vecchia 127 sport parcheggiata lì da vent’anni.” Ingranai la prima e partii a tutto gas. In dieci minuti ero già a cento all’ora… beh, lo sprint non è proprio la caratteristica vincente della deux chevaux. Passai in terza senza calare la frizione, così… a orecchio, sentendo cantare i giri del motore. La lancetta del contachilometri balzò a centodiciassette all’ora, mentre cominciò a piovere a dirotto. “Ci mancava solo questa. Un attimo fa l’afa mi faceva sudare le meningi e ora sembra che il padreterno abbia tirato giù lo sciacquone.” La macchina ricominciò a sbandare paurosamente, “maledette gomme lisce, ma niente paura, avete mai visto ribaltarsi una deux chevaux?” Axel Bijou […]

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