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Giornata tipo sulla terra

16 novembre 2016

Il dovere mi si parò dinanzi in tutto il suo essere sconfortante, in comunella con la mia coscienza beh, dopotutto… una coscienzella alle prime armi, ma pur sempre tale da intimarmi “va a faticare, perché la tua mamma ne ha piene le tasche di te, che non fai un un tubo da mane a sera e da sera a mane te ne stai con le mani in mano” e, in preda al panico, uscii di casa. Allibito dalla mia perentoria, seppur tardiva, decisione di cercarmi un lavoro mi spinsi dritto al bar all’angolo, che cercava un garzone, il “Bar Ca’ Mena”. Mi ravviai i capelli ed entrai “salve, c’è don Mario?”
“Perché, chi diavolo lo vuole?” Rispose il barman, mentre serviva due caffè a dei tipi in vestito nero ed espressione tetra. “Beh, vengo per questo” e indicai il cartello del Cercasi ragazzo dall’aria sana, denti puliti e capelli corti. “I capelli, il principale non li sopporta i tipi con i capelli lunghi e… fa vedere un po’, hai anche gli orecchini? Frocetto, eh?”
“Ma no. Adesso li portano tutti, sono alla moda, come questo schianto di bar. Mi sembra di stare a New York,” lanciai d’apertura “perché, tu sei stato in America?” rilanciò raddoppiando la posta il grembiule bianco al di là del bancone, già insolente di prima mattina.
“No, ho visto un bar uguale in un film di Clint Eastwood, un mesetto fa al cinema,” bluffai disinvolto. Il tipo mi squadrò da capo a piedi, sporgendosi fra i due lugubri astanti, a loro volta con lo sguardo fisso nel vuoto. ”Secondo me, non vali due centesimi e una cicca di resto,” disse.
“Potrei almeno parlare con il capo? Chissà, vuoi vedere che, alle volte… magari gli riesco simpatico.”
“Non credo proprio e vuoi sapere il perché?” mi chiese “beh, già che c’è” risposi, “perché il padrone sono io e non accadrà mai che prenda a lavorare uno smidollato patentato quale sei tu, e ti vedo solo da appena cinque minuti.”
“Appunto, magari conoscendomi un po’ meglio…”
“Mi convincerei ancor di più che tu non sei fatto per lavorare. Ho un sesto senso io, nel riconoscere uno scansafatiche e tu ne sei il portavoce, il capo, l’ideologo.”
Touchè,” pensai. Era un tipo perspicace. Mi stavo avviando, sconfitto, verso l’uscita per andare a schiacciare un meritato riposino quando, con voce nasale, uno dei due consumatori di caffeina poggiò la mano sul mio braccio, “giovinotto, a quanto pare lei cerca un lavoro?” Mi chiese guardandomi dritto negli occhi, ma come se continuasse a guardare nel vuoto oltre me. “Si!” Risposi prontamente, “perché?”
“Vuoi venire a lavorare da noi? Siamo a due isolati da qui.”
“Certo” risposi senza pensarci più di tanto, non avendo la più pallida idea di cosa mi aspettasse. “Quando?”
“Vieni domani a quest’ora, noi saremo lì” e, con mia apprensione, sulla faccia del barman s’inchiodò un ghigno malefico. Che gli prendeva? Conosceva i due loschi figuri? Cosa mi avrebbero proposto? Comunque uscii dal bar soddisfatto: avevo un lavoro. Lavoro? Oddio. La fatica. Lo stress, ma che vuoi fare? Nulla! Andai dritto a casa a cercar di riposare il più possibile, finché ero ancora a spasso.
L’indomani, di buon ora, verso le undici condussi, con incedere strascicato, il mio corpo all’indirizzo scritto su di un pezzetto di carta, consegnatomi dai tipi al bar.
“Strano,” pensai “nessun indizio sulla loro attività, né sul lavoro che dovrei intraprendere. Solo la via e il numero civico. Via Due Novembre, numero 66, interno 3bis.”
Svoltato l’angolo, seguendo la numerazione, giunsi a destinazione. Fra una salumeria e una macelleria c’era il mio futuro professionale: un’agenzia di Pompe Funebri. Avrei dovuto immaginarlo, visti i rappresentanti. Perplesso, entrai comunque pensando “con i morti, non dovrebbe esserci tanto da lavorare e poi, non sono dei tipi che fanno tante storie se qualcosa va storto.”
All’interno, classica atmosfera da luogo ove la morte è di casa. Del resto, non poteva essere altrimenti, i parenti dei defunti non sopportano ahimé, anzi, ahiloro ambienti dalle luci forti. Nella penombra si può sempre sperare di scorgere l’anima del caro estinto e, magari, su quest’avvenimento reimpostare la propria vita, integrando qualche credenza in più che aiuti a vivere elaborando il lutto.
Una donna grassa sonnecchiava al di là di una scrivania di legno massiccio, esageratamente intarsiato. Che stesse in contatto con l’aldilà del mondo? Magari per vedere i propri clienti come se la passano? Quasi quasi mi dispiaceva disturbarla, ma non avendo null’altro da fare e preoccupato per l’esito del colloquio, tossicchiai per schiarirmi la voce…
“Eeeh, chi è? Madonna mia bella” sobbalzò la signora, poggiando in fallo un gomito sulla scrivania i cui fregi, ripeto, decisamente eccessivi erano gli stessi che vedevo su alcune bare, in bella mostra nella sala. Mi presentai: “Sono Alfredo Barnelli, Alf per gli amici, sono qui per un colloquio di lavoro con i fratelli…”
“Marduk?” Fece lei, “Marduk?” Feci io, “i fratelli Marduk, senz’altro allude a loro. Fuma?” Protese un braccio ingioiellato verso di me, agitando un pacchetto di sigarette da cui ne presi una. Portandola alla bocca, desideravo accenderla, rovistandomi nelle varie tasche alla ricerca di un accendino. Lei si sporse sulla scrivania, offrendomi un décolleté quarta misura e la fiamma da un accendino a forma di teschio. “Carino” dissi, indicando lo spiritoso oggetto, “già, è un gadget della nostra ditta. Sa, le relazioni con i clienti vanno curate, la concorrenza è spietata. Con la durata della vita che si allunga sempre più, la medicina che fa passi da gigante, insomma, è una guerra all’ultimo sangue.”
Rimasi immobile alle sue parole, con la cenere della sigaretta impietrita anch’essa, ma che suggerì alla donna di procurarmi un posacenere. Spinse verso di me una piccola bara che già avevo notato sulla scrivania. Pensavo fosse un modellino di quelle vere. Con le dita grassocce, inanellate da anelli troppo stretti, tra cui ne spiccava uno a forma di civetta, fece scattare il coperchio dicendo “prego, deponga qui le sue ceneri,” guardandomi fisso negli occhi e… scoppiando in una risata grassa almeno quanto lei, battendo una mano sulla scrivania e con l’altra asciugandosi le lacrime agli occhi. Io mi produssi nel mio miglior sorriso, attendendo che smettesse di ridere. Attesa lunga, perché smise solo dopo qualche minuto, appena fecero il loro ingresso nella stanza i fratelli Marduk. “Donna Matilde, la sua ilarità è decisamente fuori luogo,” esordì uno dei due e precisamente quello con il pizzetto, mentre l’altro aveva due baffetti sottilissimi, lisciati dalla brillantina. “Se non ci fosse stata vivamente raccomandata dal cavalier Battistoni” continuò il primo, “la faremo pentire di comportarsi in questo modo così, così…”
“Così come?”  La donnona, con mossa agilissima, si piazzò fra i due e continuò “così viva? Mentre voi due siete più morti dei morti che imbalsamate. Non facevo nulla di male, non ci sono clienti e cercavo di mettere a proprio agio il ragazzo, qui. Che è tutto impaurito. Lo facevo per sdrammatizzare, visto che se lo assumerete dovrà, purtroppo per lui, lavorare al vostro fianco.” In realtà io, più che preoccupato, assistevo alla scena piuttosto assonnato per la levataccia, “ma proprio perché, forse, sarà un nostro collaboratore, dovremo insegnargli ad avere un comportamento consono alla professione che si accinge a svolgere, non le pare?” Aggiunse il fratello con i baffetti.
“Sì, ma non per questo lo vorrete annoiare a morte sin da ora? Con le facce da menagramo che vi ritrovate, va a finire che da collaboratore ci diventa cliente” e l’allegrona, scoppiando in una nuova fragorosa risata, diede una pacca sulle spalle a baffettino, talmente forte da scompigliargli tutti i capelli impomatati. Costui, rosso in volto per la botta, si accasciò su una sedia, mentre il fratello con il pizzetto andò su tutte le furie, al punto che incespicava a parlare, “co-co-così non si pu-pu-può andare ava-ava-avanti, le-le-le-lei ha oltrepa-passaaa-passaaa-passato ogni limite. Cavalier Babaaa-babaaa-babattisto-sto-stoni o meno, le-le-le-lei è licenzia-nziaaa-nziaaa-nziata!”
Dopo queste straziate parole, che evidentemente non si aspettava di ascoltare, la signora si esibì nel miglior repertorio di insulti che avessi mai udito, “ma grandissimi esumatori di cadaveri putrefatti il cui puzzo al confronto del vostro alito nauseabondo è essenza di rose, sapete cosa dico sulle vostre facce da beccamorti necrofili perché solo un cadavere in decomposizione può trovarvi attraenti: sono io, Donna Matilde, a lasciare questa immonda necropoli, questo cimitero dimora di due zombie scorticati quali voi siete. Mi avete proprio stufato anzi, per dirvela con sciccheria: m’avito scassato o’ cazz!!!”
E detto ciò, presa borsa e paltò, uscì sbattendo la porta a vetri fumè che, ahimè, andò in mille pezzi.
Calò un silenzio di tomba, rotto dal solo ansimare, quasi un rantolo, del balbuziente fratello Marduk col pizzetto, che poi si chiamava Arsenio, mentre l’altro, ancora schiantato sulla sedia, che si massaggiava la spalla dolorante, si chiamava Anselmo.
Io, affaticato per l’accaduto, pensavo a chi me l’avesse fatto fare di abbandonare il mio comodo letto, per buttarmi in una situazione dalle premesse decisamente odiose. Anelavo alla fuga, ma Arsenio Marduk bloccò, sul nascere, qualsiasi tentativo d’evasione, poggiando la sua ossuta mano sulla mia spalla e, fissandomi dritto in mezzo agli occhi, ma come se guardasse la bara alle mie spalle, disse “ragazzo…”
“Alfredo Barnelli, Alf per gli amici,” precisai.
“Si, Alf, tu sei un ragazzo fortunato!”
“Come mai?” Chiesi.
“Perché caschi come il cacio sui maccheroni.”
“In che senso?” Richiesi.
“Nel senso che sei come il prezzemolo su ogni minestra.”
“Si, ma in merito a che?” Cercavo di capire.
“In merito al fatto che capiti a fagiolo.”
“Quindi?”
“Quindi, sei come la ricotta sulla pasta al ragù.”
“Questa è simile a quella del cacio sui maccheroni,” lo interruppe il fratello Anselmo “e quella del prezzemolo ogni minestra non mi sembra giusta per quest’occasione, in quanto è un’espressione valida per chi sta sempre in mezzo, non per chi si trova al posto giusto nel momento giusto. L’unica che andava bene, credo, sia quella del fagiolo, tuttavia anche quella del cacio non era male…” Arsenio Marduk voltò lentamente il viso verso il fratello e, inarcando il sopracciglio destro, disse “vuoi continuare tu? Visto che disponi di un frasario maggiormente forbito del mio? Avanti, vediamo. Cosa stavo per dire?”
“Secondo me, stavi per dire…” esordì Anselmo, ma subito interrotto da Arsenio “no! Non secondo te, dì esattamente le parole che stavo pronunciando, non più o meno il senso di esse.”
Il fratello guardò prima me, poi in alto, quindi la porta a vetri in frantumi e, infine, Arsenio e disse con un tono alquanto stizzito, “ma lo sai che non è possibile, non sono mica nella tua testa.”
“E allora non interrompermi!”
“Ma che importanza ha usare un certo tipo di parole anziché un altro, l’importante è il contenuto.”
“Pazzo scriteriato! Per noi no, l’importante è il contenitore. Infatti vendiamo bare, non cadaveri. Comunque, credo che tu debba andare a rispondere al telefono, ma nell’altra stanza, perché potrebbe essere una telefonata personale.”
Entrambi, io e Anselmo, guardammo l’apparecchio telefonico più muto di un pesce e un punto interrogativo ci si stampò in faccia, che Anselmo tradusse con le parole, “ma il telefono non squilla.”
“Squilla, vai di là” rispose il fratello, ma Anselmo puntualizzò “e, se anche squillasse, potrei sempre rispondere da qui, nel caso.”
“No, ti prego di andare a rispondere di là.”
“Il telefono è muto.”
“Squilla, qualcuno ti cerca.”
“Vedi, alzo la cornetta e all’altro capo non c’è nessuno.”
“Ti sbagli, qualcuno ha l’immediato bisogno di parlare con te personalmente, ti assicuro. Credimi! Non ti ho mai mentito e mai ti mentirei e, poi, parlo per il tuo bene. Potrebbe trattarsi di una questione di vita o di morte.”
“Va bene,” guardando di sbieco il fratello, “ti ascolto e vado di là ma, lo sai, posso anche rispondere da qui. Io non ho segreti per te.”
“Vai,” insistè Arsenio e Anselmo Marduk, mesto in volto, si diresse verso la stanza adiacente, sparendo dietro una porta nera con il cartello Vietato l’ingresso ai non addetti ai cadaveri.
Arsenio mi reinquadrò nei suoi assenti coni visivi e, rendendo gli occhi come due fessure, mi disse senza alcuna esitazione “caro Alf, sei proprio come il formaggio con le pere.”
“Ci risiamo” pensai e dissi “si, le credo. Solo ora mi rendo conto della fortuna che mi sia capitata e” alzandomi in piedi di scatto “dell’immensa opportunità che la vita in questo momento mi stia offrendo.”
“Siii” gongolava Arsenio Marduk, “dici bene, perché il nostro mestiere è sacro. Tutti, prima o poi, avranno bisogno di noi! Non è una questione di gusti, non c’entrano le circostanze e nemmeno la fortuna. Poveri, ricchi, persone serie o cialtroni, chiunque dovrà bussare a questa porta. Ahimè” gettando uno sguardo infuocato ai resti della povera porta a vetri fumè.
“È la ruota della vita, che prima o poi si blocca, lasciando anche il capo degli ottimisti di stucco, i cui familiari, le persone a lui più care, dovranno chiedermi con tono… come dire, gentilmente sussurrato, quasi per non urtare la mia grande sensibilità –gentile signor Marduk, è il commendator Tal dè Tali che mi ha fatto il suo illustre nome,– sai, si fanno sempre raccomandare da qualcuno, –io le chiedo se sia possibile allestire le esequie del nostro caro estinto, che era tanto buono e generoso.– Certo caro, sono cinquemila! Rispondo io, perché di fronte alla morte nessuno fa il taccagno. Si lascia crepare di fame chi è vivo e ti chiede un tozzo di pane per non morire, ma per chi è ormai già morto, non si bada a spese.
Davanti alla morte tutti si calano le brache! E noi caliamo le bare nella fossa. Capisci l’importanza di questo momento, ciò di cui voglio umilmente farti partecipe. L’essenza delle cose che, purtroppo un parente ti capita e non te lo scegli, il mio caro fratello non capisce e mai comprenderà. Lui si lascia impietosire dalle circostanze, dall’altrui dolore e promette sconti. Capisci, sconti sulla morte, ma quando è arrivato il tuo momento Ella non ti risparmia. Non ti concede alcun abbuono. Non si è mai visto alcuno morire a rate!”
Rimasi, nonostante il mio slancio precedente, senza parole. La lucidità di quest’uomo mi sorprendeva. Aveva decisamente ragione, ma qualcosa di sfuggente e, contemporaneamente, di chiaro in me stesso cozzava contro quella che, da sempre, era la mia morale di vita. Insomma, il mio buon senso mi poneva più in accordo con il fratello Anselmo che con Arsenio, il quale, con aria pensierosa, mi disse “bisogna far accomodare quella porta, perché fra un po’ farà sera e caleranno le ombre della notte. Comunque, se sei d’accordo …ti assumo, mi sembri un ragazzo in gamba. Somigli tanto a me quando avevo la tua età, ma sì, con questi riccioli biondi e lunghi, che ti cadono sulle spalle. Ragazzo, sta a sentire quello che sto per dirti, chè ne gioverai per tutta la vita.… Ecco: il cacio, il prezzemolo, le pere, beh… lascia perdere tutto, da questo momento ti nomino primo Agente Mortuario su tutta la zona ovest, con poteri plenari.” E mi fissò con occhi talmente scuri e impenetrabili che, senza pensarci due volte, scattando sull’attenti gli risposi ”grazie signore, sono onorato del compito che mi sta affidando. Spero solo di esserne all’altezza. Sarebbe un rammarico troppo grande deluderla.”
“Ragazzo” riprese quel suo tono melenso, ma deciso “si vede lontano un miglio che tu hai stoffa da vendere. Non per niente in quel bar di cui, tra l’altro, molti clienti sono stati, a loro volta, miei clienti… sai, l’alcol miete molte vittime ed è un mio potente alleato, non ho battuto ciglio invitandoti a venire nella mia agenzia,” inarcando ritmicamente il sopracciglio destro.
Improvvisamente, Anselmo Marduk rientrò nella stanza con aria annoiatissima, “Anselmo” continuò il fratello più accigliato dell’altro, “ci sarebbe da chiamare il vetraio per quella porta,” indicando l’uscio. “Non vorremmo farci cogliere di sorpresa da qualche cliente in questo stato?” E con fare disinvolto, aggiunse che doveva assentarsi un po’ per disbrigare un’importante commissione, ormai non più prorogabile.
Rimanemmo soli io e Anselmo, che scoppiò in lacrime, manco a dirlo, come un vitello abbandonato, “ce l’ha sempre con me. Per quanto io mi sforzi di fare sempre del mio meglio, di assecondarlo in tutto e per tutto, di dedicare interamente la mia vita e ogni momento, ogni istante, ogni attimo, ogni secondo alla nostra attività commerciale, lui ha sempre da ridire su di me. Su qualcosa che ho combinato o che ho omesso di adempiere. Su una pratica sbagliata. Su un preventivo sottostimato. È una tortura, fidati. Ti prego, credimi almeno tu, che sembri un ragazzo così sensibile,” strattonandomi per le spalle. “Siii, somigli tanto a me da giovane, quand’ero un’artista di belle speranze. Con i miei lunghi riccioli biondi, che mi cascavano sulle spalle, mentre adesso ho una vita d’inferno, più di quella che promettiamo ai nostri clienti, portando via ai loro cari tutti quei soldi. Cinquemila minimo per un funerale nemmeno tanto in, con fiori démodé e bara fatta in serie con fattura industriale, realizzata da operai che lavorano a cottimo e senza interesse per quel che producono, basta portare a casa la pagnotta. No! Così non si può andare avanti. Ci vuole più amore per questa professione. Noi accompagniamo, nientedimeno, gli involucri delle anime dei nostri clienti all’aldilà, all’altro mondo, da Dio, ma tu capisci! E quel venale di mio fratello, “cinquemila” non sa dire altro.”
Al che Arsenio, che per tutto il tempo era rimasto dietro l’uscio a origliare, aprì di scatto la porta urlando “ebbene, questo è ciò che hai il coraggio di dire di me di fronte a degli estranei. Cosa ne sappiamo di questo capellone, che ha anche gli orecchini come una femminuccia. E se poi va a seminare zizzania in paese, magari in quel bar dove l’abbiamo incontrato? Con il rischio che i futuri morituri di cirrosi epatica si rivolgano alla concorrenza?”
Mi venne spontaneo dire “se permettete, me ne andrei.”
“No! Tu non ti muovi da qui manco morto,” sibilò un Arsenio inviperito quanto mai. “Beh, proprio da morto prima o poi uscirei da qui, seppur in una bara per andare al cimitero,” pensai.
“Ora, stammi a sentire una volte per tutte,” Arsenio rivolto a un Anselmo più inconiglito che mai, “la tua falsa bontà d’animo, che nasconde una civettuola sensibilità, degna dell’ultima donnicciola del mercato rionale, mi ha talmente stufato, esacerbato, avvilito che ti chiedo, di fronte a terzi, di fare i bagagli e andartene per la tua strada.”
Anselmo tremava come una foglia, mentre il fratello rincarava la dose, “ma che farai? Come camperai? Che non sei altro che un beccamorto di terza categoria! La fuoriserie, gli abiti alla moda, le prime teatrali o all’opera, che hai sempre potuto permetterti, da dove credi siano uscite? Dai morti che io ho seppellito, facendomeli pagare a peso d’oro, da lì sono usciti, ingrato che non sei altro.”
Arsenio, rosso in volto continuava, “non fai altro che sputare sulla bara che sotterri, sulla bara nella quale mangi. La bara che mi opprime il cuore tutti i giorni, perché io tutto avrei voluto fare tranne l’Agente Mortuario, ma nostro padre questo e non altro ci ha tramandato. In punto di morte, mi prese per il bavero e mi disse di prendermi cura di te. Io, tuo fratello maggiore, cough cough,” cominciò a tossire malamente “cough, io non potevo far altro che… cough, proseguire la tradizione familiare, anche per permetterti di continuare gli studi. E cough!”
“Arsenio calmati, lo sai che ti fa male adombrarti in questa maniera. Pensa al soffio al cuore,” aggiunse Anselmo alquanto preoccupato, interrotto dal continuo livore del fratello “io, che vendevo bare di notte per consentire, a te, l’università di giorno e, poi, la doccia fredda della tua rinuncia agli studi e i locali notturni e… tu hai distrutto, cough cough, il mio cuore. Hai fatto di me un derelitt… cough, coff, oddio, non voglio… cough, diventare cliente di me stesso… aaargh!”
Arsenio divenne paonazzo in volto, strabuzzò gli occhi e rovinò maldestramente sulla scrivania, facendo schizzare la bara posacenere in terra. Sussultò, emise tre rantoli, roteò gli occhi di qui e di là, rattrappì le mani e, ancheggiando sincopatamente, spirò. Lutto nefasto cadde e s’avvinghiò ai presenti e agli assenti, che presto intervennero, nelle vesti di un tale chiamato Astor. Di professione lavacadaveri, con un occhio di vetro che, per la sorpresa, gli cadde in terra alla vista del defunto fresco fatto, rotolando in direzione del fratello superstite.
Anselmo lo raccolse e lo squadrò con occhio interrogativo, non per l’oggetto di cristallo in sé, ma per tutto il suo avvenire in bilico come un piano sul quale la biglia della vita, in procinto di rotolare su una superficie fatalmente inclinata, avanzava verso il baratro senza fondo.
Per il precipitarsi degli eventi, un’aritmia al cuore mi fece sudare a profusione e, insomma, era proprio il caso che fuggissi via. Ormai, là non c’era proprio più niente da fare per me, semmai prima ce ne fosse stato e, poi, l’inserviente cominciò a urlare orribili accuse nei miei confronti, “è stato illo, colui ca havo acciso lù mio signore e patrone. Santo ca mi haveva fatto omo, mentre ca io ero nà bestia incoppa a’ stù munno!” Eh si, era proprio giunta l’ora di andare ma, in prossimità della porta, la fuga mi fu impedita dall’entrata di Donna Matilde. Ella si precipitò sull’inanimato cadavere “ho visto tutto, ero di fuori a spiare.”
“È una fissazione” pensai, mentre la donna in ginocchio si disperava. “Arseniuccio mio, adorato amore del mio cuore. Io che ti ho tanto amato, mentre questo fedifrago di tuo fratello mi tastava continuamente il sedere a tua insaputa. Morirai!” Indicando Anselmo con dito accusatore “e trascorrerai l’eternità fra mille fiamme, che bruceranno quel tuo virgulto striminzito che ti ritrovi fra le gambe. Mai, hai avuto il coraggio di porgermelo invece di darlo alle donnacce che frequentavi, mentre, sigh, il tuo caro estinto fratello, tante volte aveva fatto profferta di donarmi il suo, duro come legno di ramino diceva, ma sempre rimandando perché costretto a spalar cadaveri per mantenere te. Mentecatto! Me l’avrebbe offerto su un piatto d’argento. Oh si,… così sarebbe stato se non fosse prima spirato per colpa tua. Oooh mon Dieu” in un francese assolutamente fuori luogo in quel momento altrettanto fuori da qualunque luogo umanamente immaginabile, “mamma mia, dovrò pur andar via” m’imposi. “Tu, c’hai acciso di tolore il mio patrone. Ventetta, atrocia ventetta…” ricominciò Astor, riponendo con foga nella propria orbita, ma al contrario, l’occhio di vetro scippato dalle mani del Marduk sopravvissuto, “ma che diavolo dici? Io non c’entro nulla, sono qui per caso. Altro che cavolo a merenda…” urlai spaventato. “Ecco il modo di dire appropriato” intervenne Anselmo, “peccato che non possa mai più suggerirlo al mio caro estinto.”
“L’hai fatto morire tu perché eri geloso,” insisteva Donna Matilde.”
“Tu, morisci tra le palle ti foco tell’inferno, Satanasso,” urlava come un orco Astor lo sguercio, avanzando verso di me brandendo un ascia insanguinata da chissà quale cadavere amputato.
“Qua, fra poco, rischio di diventare concime per le aiuole del cimitero” fu il caso di pensare, inforcando la stramazzata porta a vetri.
In un istante, fui fuori da quella gabbia di matti. “Mio Dio, non che fosse così necessario dover lavorare,” pensai “potevo ancora vivere dei risparmi dei miei e…“ un sonno, ma un tale sonno mi assalì e una tale stanchezza mi prese alle gambe, per la sola fatica di pensar di lavorare. “Figuriamoci se lavorassi per davvero,” ne dedussi.

Alfredo Barnelli

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Ai miei tempi si giocava di rimpallo

31 agosto 2016

Ho la fantasia talmente allenata che appena mi soffermo a pensare comincio a sognare a occhi aperti un’esistenza frenetica, piena di storie, gente, feste, amori, sesso… Dopo di che mi restano tre cose da fare della vita: viverla, interpretarla, descriverla. La prima cosa è troppo impegnativa perché sono un pigro terminale, la seconda è troppo difficile perché a recitare sono proprio un cane terminale, la terza nemmeno a parlane figurarsi a scriverne, magari seduto a un terminale di computer, con tutte le sue funzioncine di copia e incolla, stacca e attacca, piglia e molla, scova e schiatta, ma nemmeno col mac sono capace di arrotondare un discorso che non quadra proprio mai, come un tubo che faccia acqua da tutte le parti, come condire l’insalata nello scolapasta e poi dire “manca di olio e sale.” Già, manca di sale, è sciapa, sciatta, sciagurata sciatalgia che mi prende tutte le volte che vado a giocare a calcetto. Ci penso tutto il giorno. Già l’attività agonistica mi mette ansia, non sono fatto per vincere, sono poco competitivo, ma poi ogni santissima partitella fra amici sono sempre il protagonista della serata. Già… in negativo, però. La gara mi mette in un tale stato di fibrillazione che vivo 90 minuti d’angoscia, al punto che per porre fine all’agonia butto la palla nella nostra porta. Sempre! Non riesco a farne a meno. È più forte di me: la paura di perdere è talmente grande che faccio di tutto affinché la mia squadra perda, una buona volta e per sempre. Una volta segnai tre autogol, uno persino dalla rimessa laterale, tirando la palla direttamente nella nostra porta con le mani, mentre il nostro portiere era quasi a centrocampo per aiutare il resto della squadra a cercar di rimontare un pessimo risultato, visto che già perdevamo due a zero e per demerito mio. Non vi dico poi le litigate con i miei compagni di squadra. Tutte le volte devo arrampicarmi sugli specchi a mani sudate. Quant’è difficile riconquistare la loro fiducia, promettere d’impegnarmi di più, di non fare più cazzate, di non regalare la partita agli avversari, che poi ci sfottono tutto il tempo sotto le docce, con gavettoni di piscio, cartocci di merda nelle borse delle tute, scarpe ficcate nei cessi con tanto di sciacquone tirato a ripetizione. Non vi dico i vestiti che fine fanno, poi… la maggior parte delle volte ci tocca uscire dagli spogliatoi nudi come vermi, persino in inverno con cinque gradi sotto zero, senza nemmeno la possibilità di asciugarci i capelli per via che troviamo sempre i fili tagliati dei phon, al meglio sotto il rubinetto con l’acqua aperta a manetta. Superare il cortile del campetto è la cosa più difficile, perché è circondato da palazzi e quegli stronzi dei nostri rivali ci aspettano e all’improvviso ci sparano i fari in faccia e strombazzano con i clacson. Noi non capiamo più nulla, accecati dalla luce abbagliante diventiamo facili bersagli in movimento per tutta la gente che si affaccia ai balconi, ci vede tutti nudi nel bel mezzo del piazzale e comincia a tirarci addosso di tutto: scarpe vecchie (che in parte recuperiamo per indossarle e ripararci i piedi dai cocci di bottiglia che di lì a poco dissemineranno il terreno), bottiglie di vino di pessima qualità (piene), piatti e bicchieri (di quelli pesanti e infrangibili, tanto il giorno dopo scendono a recuperarli), piastrelle di rivestimento espiantate dalle facciate delle C.A.S.E. (Case Abitate Senza Essere, moduli abitativi popolari progettati dal celebre architetto Kenzo Piange), spranghe di metallo divelte dalle ringhiere, tavelloni, mattoni di cotto rosso, buste di scorze di cozze, pezzi di lavatrici, televisori malfunzionanti (di quelli pesantissimi vecchio tipo a tubo catodico, mica quelli leggerissimi tipo lcd a schermo piatto), cessi e lavandini falsi firmati, gatti randagi e piccioni (che ignari si trovano presso i balconi, vittime inconsapevoli di una strategia della tenzone all’ultimo sangue.) Il nostro, perso a fiotti come conigli tagliuzzati con la trinciapollo, in un lotta senza quartiere, abitando a due passi dalla superstrada che attraversa il vuoto assoluto, come le teste dei nostri antagonisti che terminano il loro show in un carosello di macchine mulinanti intorno a noi, riempendoci di sabbia e rabbia una bocca troppo amara per reagire seppur verbalmente, argomentando il nostro dissenso in maniera educata e civile, mentre ci piove addosso l’indicibile umano, arricchito dalle migliori espressioni semantiche emblema del protolinguaggio del terzo millennio: il malaviliota, ma la frase che più ci esaspera è “zuzzusi, ghiat’a’ fa’ e’ ricchiune a n’ata parte!” Senza nemmeno conoscere le nostre abitudini sessuali e il resto della serata passata da parte di un paio di noi a domandarsi “ma come cazzo hanno fatto a saperlo se non ho ancora deciso di fare coming out?”

Alfredo Barnelli

Benvenuti al Blog Cyberflaneur!

10 aprile 2010

Scheleton

Salve, mi chiamo Alfredo, Alf per gli amici, Alfier per i nemici con la pretesa di tender agguati tesi a meglio indagar sulla mia persona, lì a pensar di dar mele di santa regione (peccato per niente originale) desiderosi d’ncontrar me in strada, in autobus, in aereo, in ascensore, in moto, nel numero di sei o sette, supponendo di rombar intorno a me con stridente sgommar di pneumatici, rotear di catene, sfilar di cinture dalle fibbie di ghisa massiccia, brandir di mazze da baseball, agitar di pugni, minacciar di sferrar calci con saltellanti quanto umidi anfibi dalla inzaccherata punta di ferro.

Sono fra gli organizzatori di questo blog, che spero sia di vostro gradimento.
Io pratico un’antica disciplina orientale che denomino, per meglio intenderci nonché per comodità di traduzione dal sanscrito, la pratica dell’Assenza del pensiero palese oppure del Vuoto mentale anteriore. Ho anche raggiunto un livello niente male. Infatti, anche se raramente, riesco a raggiungere il quasi inaccessibile (per i comuni immortali) Picco del sottovuoto mentale spinto. Di solito, sembro un essere di tipo senziente, invece sono immerso nel Picco (notare la contraddizione in termini). È possibile che incontrandomi in un futuro plausibile io stia praticando tale disciplina. Tecnica che posso mettere in atto ovunque e in qualsiasi momento, per cui a prima svista sembro essere presente mentre, invece, sono nel centro della Latenza (anche questa è bella.) Nessuno se n’è mai accorto, ma vi svelo l’unico modo per appurare il mio stato mentale, cioè pronunciando ad alta voce l’arcaico termine di origine templare: illenras. Se io faccio finta di nulla e comincio un interessante discorso sul clima o sugli autobus che non passano mai, sono in stato di latente presenza. Se, altrimenti, mi gratto il lobo dell’orecchio destro, sono in stato di palese presenza. Se, tuttavia, mi gratto il lobo dell’orecchio destro, ma con l’indice sinistro beh, allora beccatevi il mio silenzio assenso.

Benvenuti al Blog Cyberflaneur! Blog di poesie e racconti brevi in epoca di vizi pubblici e vendite private. Libera lettura senza nè scaletta nè censura. I lettori sono invitati, al richiamo di “chi clicca, chi clicca”, al computer al cospetto di un video e alla mercè di un mouse a leggere, interpretare, sfogliare, leggiucchiare, divorare, analizzare, capire, cogliere, comprendere, vedere, navigare, intendere, valutare, intuire, indovinare, prevedere… tu, al di là del monitor con l’aria da intellettuale démodé, un verbo sinonimo di leggere? Bene! Ad apprendere i testi ovvero i parti della nostra fantasia corrotta di individui borghesi, che pur di darsi delle arie scrivono quattro cazzate, spacciandole per poesie e hanno anche la pretesa di pubblicarle al…

Tag Lyberclowner! Log di eresie e rendiconti grevi in spocchia di orifizi pudici e perdite stillate. Lucifera frittura senza nè paletta nè calura. I Lettoni sono eccitati, al ricamo di “ficca, ficca”, in boxer e reggipetto a un rodeo e alla mercè di una mousse a reggere, perpretare, spogliare, baciucchiare, zavorrare, banalizzare, carpire, togliere, compravendere, sedere, faticare, sottindere, salutare, diluire, orinare, pretendere… tu, al di là dell’horror con l’orticaria da maiale coccodè, un nerbo acronimo di friggere? Lichene! A baiadere i motupropri assesti annovero i sarti della lustra eutanasia condotta di residui marchesi, che pur di librarsi nelle arpie schivano quattro mazzate, gabbandole per amnesie e fanno anche l’impresa di sputtanarle al…

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Vendite private perché dopo anni di cause con i familiari, il team di Cyberflaneur ha leggittimamente ereditato i beni del grande, seppur magno, tuttavia eccellente poeta male letto, perchè di difficile interpretazione, Arturo Cazzoleggi, morto incidentalmente a un’asta pubblica perché battuto tre volte dal banditore.
Povero sé tapino, meschino, poverino tutto lì riverso sul banchetto dei pegni a gettar l’anima a dio non pria d’aver pronunciato le immortali e sibilline parole “ma che sfaccetta!” Mah, chissà cosa mai avrà voluto dire. Forse intendeva le mille sfaccettature del destino incognito.

Alfredo Barnelli


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