Epopeiche Recensioni Prosopopeiche

Scritti critici in cui parlano persone assenti o morte, o anche ricordi o cose astratte, come se fossero vive e presenti a rappresentazioni spettacolari.

a cura di (RE)probo (RE)censore

A teatro a partecipare a La trilogia degli occhiali di Emma Dante

È venerdì 4 febbraio 2011. L’appuntamento è per le venti e trenta fuori al teatro San Ferdinando, il teatro di Eduardo nell’omonima piazzetta. Un teatro storico, ma dalla vita travagliata. Costruito alla fine del Settecento, veniva inaugurato con l’opera Il Falegname di Domenico Cimarosa. A fine Ottocento accolse i successi di Eduardo Scarpetta, fu distrutto dai bombardamenti nella Seconda Guerra mondiale, poi ristrutturato da Eduardo De Filippo dopo averlo acquistato e indebitatosi per realizzarne la ricostruzione. Nel 1996 il San Ferdinando venne donato da Luca De Filippo al Comune di Napoli. Restaurato per l’ennesima volta venne inaugurato nel 2007 con La Tempesta di Shakespeare, in dialetto napoletano dell’epoca barocca come da traduzione eduardiana del 1984. Adesso fa parte del Teatro Stabile di Napoli e martedì scorso ha accolto il debutto della Trilogia degli occhiali, l’ultimo spettacolo di Emma Dante, prodotto dal Teatro Stabile di Napoli, Compagnia Sud Costa Occidentale, Crt Centro di Ricerca per il Teatro con la collaborazione del Théâtre du Rond Point, Paris. Dopo aver letto le notizie che mi interessano, chiudo Firefox, spengo il computer, mando un sms a entrambi gli amici ai quali ho dato appuntamento, Pulp Pecora e Learco Risembra e penso alla serata che sto per vivere: l’incontro con tre vecchi amici, due in platea con me e l’altro sul palco a interpretare il monologo Acquasanta, Carmine Maringola, protagonista del primo atto della Trilogia.
In bici percorro la strada che separa casa mia dal teatro e ripercorro mentalmente gli anni passati insieme. Senza perdermi in sentimentalismi inutili ricordo con affetto i bei momenti, ma anche le infinite discussioni sul teatro, sull’arte, la letteratura, i voli pindarici che spiccavamo nelle fredde serate invernali, scaldandoci il cuore con mille progetti e cose da fare e il corpo con del buon vino. La ricordo come una stagione della mia vita davvero caotica, nel senso buono del termine, s’intende.
Lucchettata la bici a un palo mi avvio verso l’ingresso del teatro, ristrutturato com’era un tempo, almeno apparentemente. Nel foyer saluto Learco, l’avevo incontrato per caso qualche giorno prima dopo esserci persi di vista per svariati anni. Eravamo soci in affari, ci occupavamo di grafica. Baci e abbracci come se niente fosse, come se avessimo continuato a vederci senza alcuna interruzione temporale. La chiamo la virtù della “capa fresca”,  la determinazione a essere, in fondo, sempre gli stessi ragazzi di un tempo, nonostante la vita, in genere, sia quel che è. Piuttosto un rompicapo, se ti gira bene, altrimenti tendente a romperti ben altro. La nostra, fortunatamente, fila a gonfie vele e scoppiamo in una grassa risata condita di ricordi alla senape appena vediamo Pulp, dal caratteristico odore speziato! Perentoriamente ci scappelliamo all’unisono e un istante dopo constatiamo l’incipiente calvizie di tutti e tre. Niente paura, l’essere capellone è una caratteristica interiore, non ha nulla a che fare con le lunghe chiome ormai svanite. Quelle ingrate, per anni portate orgogliosamente a spasso per poi tradirti prima col cuscino e dopo col pettine.
Consegnati i biglietti a un avvenente riccia in tailleur blu, ci avviamo a passo svelto verso l’ingresso per la platea. Non essendo numerati i biglietti, non vogliamo rischiare di capitare in poltrone o troppo laterali o magari dietro tre tipici spettatori spilungoni, una razza mai in via d’estinzione. Mentre aspettiamo che l’ennesima hostess apra la finta catena sorretta da due altrettanto finte balaustre, orribili elementi in simil plastica simil bianco/rossa, che mi fanno ricredere sulla bontà della ristrutturazione del teatro, piuttosto “simil” direi, parliamo a vanvera come si confà ad amici di vecchia data, che non si raccontavano cazzate da un bel po’ di tempo. La cazzata del momento è la terapia di coppia, cui Learco è riuscito a sfuggire per un soffio lasciando giusto in tempo la sua ormai ex. Le nostre risate sguaiate s’inseguono l’un l’altra intervallate da battute vergognose. La smettiamo soltanto quando cade il diaframma che separa la realtà dalla finzione teatrale e, come bufali imbizzarriti, ci scapicolliamo su per le scale per accaparrarci i “meglio posti”. Pulp Pecora corre in pole position agitando le lunghe braccia per non farsi superare da emeriti sconosciuti, certamente lì non per vedere il loro, ma il nostro amico del cuore, amico nostro e solo nostro. Pulp ha già visto lo spettacolo martedì, cosa che mi rassicura sulla bontà dell’opera, anche se io non ho dubbi quando si tratta di Emma Dante, idem per Carmine Maringola, già lì in scena a sipario aperto!
Entriamo in platea e Pulp si dirige verso l’obiettivo, dopo aver buttato per aria due anziane signore. Ottima mossa, perché gran parte dei presenti si distrae per soccorrere le vegliarde e noi ne approfittiamo per conquistare le poltrone centrali. Io e Learco ignoriamo il motivo per cui Pulp abbia scelto la seconda fila anziché direttamente la prima. Quando gli spettatori seduti davanti a noi vengono bersagliati da fiotti d’acqua lanciati dall’abile bocca del Maringola, condividiamo l’astuta mossa del Pecora.
Il nostro amico attore ci nota, noi lo salutiamo con evidenti cenni del cuore, pulsante già all’impazzata per questioni d’affetto. Egli siede nello scenografico gozzo con il mezzo busto in vista, continuando a bere da una bottiglia sorsate d’acqua, inevitabilmente sputate a zampillo su chiunque osi passargli davanti. I nostri sguardi s’incrociano e il mio cuore zampilla d’emozione. È un po’ come partecipare alla messinscena, Carmine lo sa.
Lui è essenzialmente cambiato, il suo volto pare trasformato. La sua è senz’altro una maschera teatrale, ma l’effetto  mi sconvolge. Giuro che non mi farò condizionare, nel formarmi un giudizio critico sullo spettacolo, dall’affetto che mi lega a costui.
Il monologo ha inizio, l’attore dà la corda, gorgheggiando sonori gargarismi, ai numerosi orologi appesi a cascata sul suo capo. Fatidicamente si spengono le luci e un turbinio di suoni, luci, gesta atletiche dell’attore in scena ci assalgono. La ridondanza sonora e visiva impera, ma va bene così. La scarna scenografia, composta da funi con ancore pendenti, il nugolo di orologi, due aste ai lati della prua della barca con infilzati alla sommità un cappello da marinaio a sinistra e un cappello da capitano a destra, un piccolo megafono sulla punta della sintetica nave,  una tortura della goccia che si splascia in due pentole poste  in fondo al palco, l’attore che balla una danza sincopata ci si riversano contro, spazzando via la realtà della vita dalle nostre menti predisposte a ricevere l’ignoto, ma fino a che punto?
Il punto ci viene tirato in faccia come una pallina di gomma nera, che prende a rimbalzare intensamente sulle teste di ognuno lasciando, sulla mia sicuramente, un segno indelebile di commossa graditudine per ciò che accade. La recitazione è sincronica, moderna, lacerata da lampi di teatro della tradizione napoletana, sia del “palco” che della “strada”. L’attore recita in dialetto partenopeo assumendo, tanto vocalmente quanto somaticamente, le espressioni di un intero popolo, triplicandosi in tre personaggi: il marinaio, il capitano e “o’ spicchiato”, il mozzo protagonista del monologo. Il passaggio da un personaggio all’altro è dato, oltre che dalla posizione sul palco, da abili e netti gesti, dal differente copricapo, dall’utilizzo sempre diverso di un paio di occhiali e dall’apparire della schiuma del mare. L’effetto è travolgente e ci proietta dalla platea direttamente sulla nave della vita, che naviga sul palco squarciando le assi di legno, tra bufere, cattiverie nei confronti del mozzo, oppressione dei più deboli, disadattamento e difficoltà d’inserimento in un contesto, quello reale, troppo spesso crudele o, al massimo, totalmente indifferente nei confronti dei singoli individui, sempre più inermi di fronte alla grande muraglia umana che circonda tutti. Il finale del monologo lo lascio all’immaginazione di chi respirerà l’aria di brezza marina dopo di me, nelle altre tappe della turné. Dico solo che al riaccendersi delle luci in platea le mani scattano sincere, spontanee, come se tutti i presenti fossero amici di vecchia data di Carmine Maringola. Acclamazione meritata per l’ottima pièce, sia per quanto riguarda i testi, che per l’interpretazione e in ultimo, ma non per importanza, per la scenografia e l’arredo scenico. Al calmarsi delle ondate e degli scrosci di applausi torna la quiete, l’attore torna sulla nave a prua, il pubblico ondeggia e va alla deriva altrove, ad avvistare altre terre, altre genti, altre storie.
Anche noi tre ci facciamo pigramente trasportare dalla corrente. Io, ancora confuso dall’interpretazione del mio vecchio amico, sono felice, ma stavolta con la sensazione, dolce e amara al contempo, di averlo visto partire per un viaggio più lungo del solito. Chissà se un giorno ci ritroveremo, per il momento la sua nave viaggia a vele spiegate alla volta del Circo Popolare Teatrico e io resto qui, a salutarlo dalla banchina, saldamente ancorato con i piedi per terra, a sventolare un fazzoletto troppo piccolo affinché lui lo veda, ma abbastanza grande per asciugare lacrime di gioia.
Al rientro in sala il sipario è chiuso per consentire il cambio di scena. Dopo poco si spengono le luci, la cortina si dirada e due bambole rosse, ai lati del palco, rapiscono la nostra attenzione. Un istante dopo cediamo al ricatto visivo dell’intera scena, riempita dai gesti convulsi di due attrici, Claudia Benassi e Stéphanie Taillandier, protagoniste del secondo atto insieme all’attore Onofrio Zummo, seduto immobile su una sedia alla sinistra in fondo al palco. Le attrici vanno incessantemente di qui e di là, verso le quinte per poi tornare al pubblico, parlottano tra loro gesticolando animatamente e, mentre accade tutto ciò, si vestono da monache. Sono lì per assistere il guardiano de’ Il castello della Zisa, rimasto intrappolato nelle segrete della sua mente. Lo lavano, lo accudiscono, cercano di stimolarlo tirandogli contro piccoli giocattoli, palline e fanno girare un hula hoop attorno al suo braccio, ma senza alcun risultato. Il ragazzo è assente, non risponde all’appello delle due. L’animazione cresce. Il voler fare qualcosa per il povero ragazzo fa giungere le suore a litigare, con punte di comicità da commedia dell’arte, tutta basata sui gesti e l’assenza di un dialogo comprensibile. Sostituito da una sorta di grammelot fatto di suoni, parole e fonemi che riempiono di significato la discussione fra le due attrici, molto brave, che liberano nella sala del teatro l’univoca vocazione propria di un sistema incapace di gestire la malattia mentale, troppo spesso affidata a semplici manutentori. Difatti il ragazzo cade, da solo, dalla sedia e sempre più in sé stesso. Il litigio sale, sale e l’iniziale comicità si trasforma in griglia sulla quale tutti friggiamo in platea, a disagio per il tempo perso, come persa è ormai l’ennesima storia di un ragazzo difficile.
Le suore ricominciano daccapo il discorso interrotto, volto a stimolare la ragione del ragazzo. Progressivamente la reazione prende corpo, sino a trasformarsi in una catena di gesti e rimpalli e mosse e il personaggio torna in sé non fermandosi più. Comincia a raccontare la sua vita, la vita e la vita degli altri, stavolta facendosi comprendere benissimo. Gli attori gestiscono lo spazio scenico. Gli occhi sono sazi, le orecchie si deliziano al dialetto palermitano gustandone la cantilenante melodia. Il secondo atto volge al termine e l’applauso del pubblico è sincero.
A sipario per la terza volta alzato la scena è buia, come in un sonno insonne. Due bauli fanno da scudo agli attori protagonisti del terzo e ultimo atto, Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco in Ballarini. La donna collega una spina a una presa e d’incanto la scena muta, una miriade di stelle fa il suo ingresso in scena. I due attori, entrambi truccati dalla maschera della vecchiaia, inziano il ballo dello loro vita insieme, del loro amore. Dapprima con gesti impacciati, traballanti poi, dopo i festeggiamenti dell’ennesimo capodanno insieme, condito da una pioggia multicolore di coriandoli, si muovono sulla scena del tempo a ritroso. Le ore, i giorni, gli anni ballano al ritmo delle canzoni del secolo scorso passando attraverso tutte le stagioni della vita. Il matrimonio, la gravidanza, il parto e la crescita di un figlio, in un vortice emozionante che tira in ballo i ricordi dell’intera platea del teatro. I due attori, in una sequenza unica e senza mai fermarsi, ci donano con grande capacità la loro storia, la nostra storia, la storia del nostro paese, che troppe volte fingiamo di dimenticare per insensata incuria nei confronti delle cose uniche, preziose.
Lo spettacolo volge al termine, fra meritati applausi ed elogi. Applaudiamo alla bravura degli attori, alla sapiente regia di Emma Dante, ai suoi testi profondamente teneri. Festeggiamo per l’ennesimo regalo che ci ha fatto. Sorridiamo constatando quanto sia stata delicata e intensa questa sua opera: in una realtà in cui il potere politico ed economico è sempre più interprete del teatro del ridicolo, in cui ognuno mente a sé stesso e agli altri, nella finzione teatrale Emma Dante possiede l’acuta capacità di mettere in scena il teatro del reale, in cui gli attori recitano senza mai mentire. E noi del pubblico gliene siamo grati.
Fuori dal teatro troviamo giusto il tempo per abbracciare i nostri amici, poi qualcuno scrive fine a questa storia e ognuno se ne va per la propria strada a viverne altre.

 

Alla Sala della Musica a partecipare al concerto dei Baustelle


Concerto dei Baustelle n. 1
Passo a prenderle verso le otto di sera, il concerto comincia alle 10 alla Casa della Musica Federico II, a Fuorigrotta. È una sala concerti sorta dove una volta c’era il Teatro Tenda, un tendone da circo dove da ragazzo partecipai a un sacco di concerti. Le ragazze escono dal portone di un palazzo in via delle Case Puntellate al Vomero. La strada si chiama così, ma non c’è nulla di fatiscente, non so perché abbia questo nome. Un colpo di vento agita i loro capelli, neri e ricci dell’una e biondi e lisci dell’altra. Sono bellissime. Mi innamoro di entrambe in un sol colpo. Non le ricordavo così incantevoli, quando l’altro giorno le ho conosciute all’università dove lavoro come ricercatore. Precario, ovviamente e con uno stipendio da fame, ma mi arrangio con le traduzioni dall’inglese per una casa editrice, traduco autori anglosassoni. Un bel modo d’arrangiarsi e mi pagano anche benino, però lavoro troppo, ma non stasera. Stasera doppio premio, anzi triplo: il concerto dei Baustelle e uscire con questo schianto al quadrato di femmine. Entrano stupendamente in macchina, baciandomi sulla guancia dal sedile di fianco e da quello di dietro. “Ciao Fabio”, mi salutano in coro.” Un brivido percorre l’intero mio essere. Essere qui in compagnia di Mirka e Delia: un sogno. Ho pensato d’invitarle a vedere il concerto appena le ho incontrate, fermandoci a parlare fuori all’Istituto di Filologia, all’Orientale. È stato un caso, perché non frequentano la mia università, erano lì per accompagnare un’amica a un esame. E siamo finiti in breve a parlare di quanto fossero bravi i Baustelle, e a salutarci con l’idea di risentirci, chissà, caso mai per andare insieme al concerto di stasera? Ed ora sono qui, in auto con me, inebriato dal loro profumo. Divertito dalle loro parole a raffica. Orgoglioso di uscire con due donne. Ingranando la marcia per andare verso una splendida serata.
Durante il percorso mi raccontano della loro vita. Entrambe universitarie, attrici in un gruppo teatrale, danzatrici del ventre in un locale etnico del centro. Delia collega l’iPod allo stereo, che spande le note tarab della mitica cantante Fedayn Umm Kalthum, sono preso da un rapimento estatico, il sublime entra in me.

Concerto dei Baustelle n. 2
Scegliamo il tavolo accanto alla stufa a legna, per riscaldarci e riprenderci dal freddo di Fuorigrotta, decisamente umida. Osservo il trancio di pizza dinanzi a me e, sopratutto, le patatine fritte ancora sfrigolanti, appena tirate fuori dalla friggitrice. Concordiamo, io e Simona, la donna con la quale vivo da più di sei anni, che le “french fries” faranno pur male, ma sono troppo saporite. Questa breve cena ci ritempra e satolla prima del concerto dei Baustelle, che comincerà alle 22,00. Essendo venerdì sera, veniamo direttamente dal lavoro senza passare da casa e siamo arrivati un po’ troppo presto, ma meglio così, abbiamo la possibilità di parlare un po’. Ci guardiamo negli occhi e cominciamo a mangiare. Un morso alla pizza e due patatine e così via, senza dire una parola. Ogni tanto sono attratto dai video che danno a Mtv. Sempre gli stessi o no? È un po’ che non la vedo, Mtv. Diciamo pure un bel po’. Continuiamo a guardarci e ad azzannare la pizza. “Sono buone le patatine?” Chiedo sorseggiando birra congelata. “Buonissime, me ne mangerei a bizzeffe,” mi risponde e continuo a mangiare, guardo i video, osservo Simona. Vorrei dirle un sacco di cose ma… “Luca, sono troppo buone queste patatine,” mi fa. Annuisco parlando con gli occhi, poi li utilizzo per guardare i video. Fra un po’ usciremo e andremo alla Casa della Musica, ovvero l’ex Teatro Tenda di una volta. Quand’ero ragazzo… quanti concerti e amici e canne e bottiglie di plastica tipo minerale per non farcele sequestrare all’entrata, ma piene di vodka orange. Bei ricordi, di una vita passata e trascorsa a divertirmi, ma ora sono diventato una persona seria. Pensiamo al futuro. Abbiamo un mutuo da pagare, troppe tasse e il lavoro che tentenna, ma le patatine sono troppo buone.

Concerto dei Baustelle n. 3
Eccolo, lo vedo… sta parlando con quella stronza. E ti pareva che non facesse o’ fariniello, io gli ho dato appuntamento alla Casa della Musica per vedere i Baustelle e… dio, quanto sono fighi, specialmente Francesco, me lo scoperei all’inverosimile e quello fa il coglioncello con quella smorfiosa, ma chi è? Mo’ le tiro la borsetta in faccia. Io a Nico me lo voglio fare, stasera, dopo il concerto. Mi ha detto che i suoi sono fuori per il week-end e io ho detto a mamma che dormivo da Lory, quell’altra troietta… come acchiappo qualcuno cerca sempre di soffiarmelo. Traditrice, ma anch’io faccio lo stesso con lei. In effetti ci passiamo i ragazzi, tanto alla fine sono tutti uguali. Vogliono solo mettertelo in mano, ma non sanno che siamo noi femmine a sfruttarli. Per me sono solo un pezzo di carne con tre coglioni attaccati vicino, due testicoli e uno alto e grosso in muscoli e ossa, ma niente cervello: sono fessi. “Ciao Nico,” gli do un bacio in bocca, tanto per farlo andare un po’ su di giri e farlo sentire un dio, un dio di stronzo. “Chi è questa scema?” Gli sussurro nell’orecchio mordendogli il lobo, “scegli, o me o lei.” Lui mi saluta con gli occhi lucidi dall’eccitazione, “ciao Nicla” e mi prende per il braccio portandomi verso l’entrata, manco la saluta. La rivale in erba resta là come una povera deficiente. Un po’ mi dispiace, ma io sono troppo bella. I ragazzi, ma anche gli uomini adulti, i vecchi, i preti, i miei professori, gli autisti dei bus, i poliziotti per strada, i negozianti, gli amici in chat, su Facebook, mi vorrebbero fare tutti, perché sono troppo bona. Ho un culetto duro e rotondo e un paio di tettine con i capezzoli a tarallo a bucare la t-shirt, poi vesto sempre attillato, lasciando scoperto il mio ventre piatto e liscio come la seta, con un piercing nell’ombelico e i pantaloni a vita bassa, che quando mi accovaccio si vede la metà del mio culo. Ho la bocca a cuoricino con il labbro superiore un po’ tirato all’insù e le fossettine alle guance. Il naso, dall’attaccatura superiore decisa, scende sulle narici belle rotonde e dilatate, con le quali mi piace annusare la vita. I capelli li ho nerissimi, lisci e lunghissimi fino alla cintura. Sono uno schianto! Mi piace descrivermi. A volte mi guardo allo specchio nuda e non posso fare a meno di toccarmi. E mi piacciono anche le femmine. Quando dormo da Lory passiamo tutta la notte a baciarci e a fare sesso. Secondo voi, Nico con chi decideva di vederseli i Baustelle? Lo tengo in pugno, stasera me lo faccio fino a farlo svenire, “andiamo stupido, entriamo che il concerto sta per iniziare. Hai comprato i biglietti? E l’erba, l’hai portata? Passami da bere, va…”

Concerto dei Baustelle n. 1bis
All’interno della sala concerti c’è già un sacco di gente. Io, Mirka e Delia facciamo il nostro ingresso a braccetto. Ridiamo e parliamo convulvamente… ooops, lapsus fighiano, volevo dire convulsamente, alzando la voce per il gran vociare degli altri e superare il volume della musica d’intrattenimento ante concerto. Lou Reed in sottofondo va che è una favola, come quella che sto vivendo io. Mi fisso a guardare Delia, mentre racconta divertita dell’ultima volta che è uscita con un ragazzo. Uno studente di architettura, la loro facoltà, a suo dire un vero e proprio imbranato. Da allora preferisce quelli più grandi. È bellissima e ricambia i miei sguardi, sorridendomi. Mirka mi si stringe al braccio. Sento i suoi seni contro la mia spalla, caldi e morbidi. Comincio a parlare di un mio progetto teatrale, basato su un mio racconto, “ah, ma tu scrivi?” Mi chiede Delia, “che bel tipo abbiamo conosciuto, eh Mirka?” L’amica annuisce, “già, proprio un bel tipo davvero, una scoperta. Possiamo mettere su un gruppo teatrale e portare in scena le cose che scrivi. Dopo il concerto ne possiamo discutere a casa nostra. Perché non vieni a passare la notte da noi? Di notte ci si conosce meglio. “Contateci, vengo di sicuro.” E come potevo rifiutare un tale invito. Io da solo con due ragazze stupende, mi si prospetta una notte fantastica. Calma, devo restare con i piedi per terra, tutto ciò mi sembra un film e come ogni film che si rispetti c’è anche una bellissima colonna sonora, a dipingere a colori caldi una serata ormai un’opera d’arte: inizia il concerto dei Baustelle. Il gruppo entra in scena, si spengono le luci in sala. La nostra attenzione viene irrimediabilmente attratta dal palco, ma le ragazze non mi mollano.
Francesco, Rachele e Claudio, sonoramente accerchiati dal resto del gruppo, iniziano con le note di Sussidiaro, risuonato per l’occasione. Gomma, Martina e la Canzone del riformatorio, e i Baustelle ci coccolano con la loro raffinata musica per gente intelligente. Le ragazze si scatenano, conoscono a memoria tutte le parole delle canzoni, come la metà del pubblico, che fanno da coro al gruppo sul palco. Francesco fa i complimenti a tutti, forse non si aspettava un pubblico così affezionato o forse si, perché ci danno dentro ancora di più. Come Delia e Mirka, che si esibiscono in una danza sinuosa, quasi mistica, tentando di coinvolgere anche me, ma io sono un impacciato con il mio corpo e resto un po’ dietro a guardarle ballare, ma non così i due ragazzi che si avvicinano attratti dalla loro bellezza. Sono della loro età, dai biondi e lunghi capelli legati dietro l’uno, dai ricci e cespugliosi capelli neri l’altro. Cominciano a duettare con le ragazze, mentre il terreno mi manca sotto i piedi. Si divertono, ma io un po’ meno e sono pure calvo.

Concerto dei Baustelle n. 2bis
Io e Simona proviamo a intonare Metti una sera a cena di Ennio Morricone, che Rachele canta alla perfezione, con la sua voce calda e potente, ma è un pezzo difficile e rinunciamo. Quasi come se la cosa ci avesse indispettito, ci allontaniamo un po’ l’uno dall’altra. Con lei sembra quasi che non riesca più a divertirmi. Non è più come una volta, quando eravamo affiatati e tutte le nostre azioni coincidevano. Le nostre vite erano incastrate, avevamo un unico obiettivo, invece adesso avvertiamo una certa pesantezza. Non usciamo quasi più insieme, ognuno preso dalle sue cose, dai suoi amici, dai propri passatempi. Questa sera, complici i Baustelle, doveva essere una serata di verifica, di prova, ma la sento sempre più distante, o è solo una mia impressione? Io l’amo ancora e di sicuro anche lei prova lo stesso sentimento nei miei confronti. Allora cos’è questo malessere che ci prende e ci divide sempre più?
Vengo attratto dalla sinuosità dei corpi di due ragazze che ballano a un metro da me. Spargono intorno a loro eccitata bellezza. Ne vengo rapito anch’io, come i due ragazzi con i quali si dimenano. Beati loro! Faranno l’amore tutta la notte. Il concerto è bellissimo e per questo motivo ancora più struggente. Con Simona non faccio l’amore non ricordo più da quanto tempo. Perché? Desidero sempre più quelle due ragazze ballerine, vorrei andarmene con loro, fuggire via, lontano dalla mia solita vita. Già definita, organizzata, senza imprevisti. Non mi resta altro che concentrarmi sul concerto, un gran bel concerto, meno male! Vedo Simona cantare insieme a tutti gli altri, forse sono io che non mi sento più nel coro?

Concerto dei Baustelle n. 3bis
Il concerto è nel suo pieno, Rachele ha appena finito la sua interpretazione di un pezzo del grande Morricone, non mi ricordo come si chiama, lo cercherò su Google. Con Nico mi sono fatta un paio di canne. Sto tutta in sollucchero. Lo scemo mi si strofina contro come un koala aggrappato al grembo materno. Mi palpeggia, mi tasta, io lo lascio fare. Anzi, per cuocerlo al punto giusto gli infilo una mano nei jeans e gli stringo il cazzo in erezione. Vedo la sua faccia sciogliersi in un’espressione mielosa. Sento la forza mancargli nelle cosce. È proprio un pivellino, vuole fare il duro, ma chissà se stasera sarà all’altezza. Se farà cilecca lo massacrerò, dopo dovrà solo farsi prete per espiare la sua colpa. Cretino, quasi, quasi lo mollo e aggancio quel tipo là, che guarda quelle due ragazze ballare. Ha gli occhi del desiderio ed è anche adulto. Con lui chissà che scopata mi farei? Di sicuro ci sa fare e dev’essere anche arrapato come un mandrillo. Quelli vecchi sono dei gran sporcaccioni. Non è mica il primo che mi farei, a volte Lory mi chiama nonna Abelarda, perché ogni tanto vado con quelli più vecchi di me. I ragazzi della mia età, che fisicamente preferisco, per carità, spesso non ci sanno fare per niente. Si sciolgono subito in un brodo di giuggiole. È anche vero che io sono proprio una stronza, me li mangio. Non gli faccio capire niente. Me li rollo come una canna e me li fumo. A proposito, “Nico finiscila di fare il malatone e rolla un’altra canna, ho voglia di sballarmi stasera.” Lui immediatamente caccia l’erba e comincia a lavorare, “tutto quello che vuoi, baby.” E ci mancherebbe, ti do questo gran pezzo di figa, caro il mio ragazzino, cerca di meritartela.
Nel frattempo il concerto volge al termine, è stato strepitoso. I Baustelle sono il mio gruppo preferito, unica vera novità degli ultimi dieci anni, quanti ne ha il loro primo album, Sussidiaro illustrato della giovinezza, che stasera hanno riarrangiato alla grande. Il pubblico urla per farli uscire per il bis e Nico mi passa la canna. Ha tempismo il ragazzo.

Concerto dei Baustelle n. 1tris
Le ragazze non le vedo più, per chiedere il bis sono corse verso il palco improvvisamente, seguite dai due francobolli ballerini. Non si sono staccati da loro nemmeno un secondo, in pratica non sono più riuscito a star loro vicino. Ho potuto solo vederle divertirsi e scatenarsi come le pazze, man mano sempre più belle. Il mio sogno sembra svanito del tutto. Il mio triste risveglio viene addolcito dall’uscita del gruppo. Francesco presenta A lady of a certain age, una cover dei Divine Comedy con il testo tradotto in italiano, suonata in maniera struggente. La voglia di piangere mi salta in groppa come una scimmia. Mi sento confuso. Vedo due ragazzini poco distanti da me, che si baciano trasportati dalla musica. Non posso fare a meno di provare un’invidia galoppante.

Concerto dei Baustelle n. 2tris
Dopo la seconda canzone del bis i Baustelle escono di nuovo di scena tra gli applausi del pubblico, circa un migliaio o poco più di appassionati della loro musica. Sarà stata l’allegria del posto, l’ottima musica, vedere tante ragazze e ragazzi cantare, ballare, baciarsi, volersi bene, che io e Simona ci abbracciamo guardandoci negli occhi, profondamente. Come è profondo l’amore che ancora ci lega e fa confluire i nostri sguardi, avvicinare i nostri volti, le nostre labbra, fondere e confondere i nostri reciproci respiri e destini, ancora una volta. Più forte di prima, con rinnovata energia. Tutti i brutti pensieri di prima sembrano liquefarsi al suono del secondo bis. Galeotti i Baustelle, che mi hanno di nuovo fatto innamorare della mia donna ricambiato da lei, come mi dimostra con un intenso bacio. Il potere della buona musica!

Concerto dei Baustelle n. 3tris
Charlie fa surf imperversa in sala. Il secondo bis dei Baustelle fa saltare tutto il teatro in aria. Come il mio cuore. Prendo Nico per la mano e lo trascino sotto il palco. Devo raggiungere la transenna anteriore. Lanciare un bacio a Francesco, Rachele e Claudio, sono stati fantastici. Me li porterei tutti e tre a letto contemporaneamente. Vabbè, dovrò accontentarmi di Nico, accanto a me a urlare di gioia. Gli mollo un bacio in bocca che se lo ricorderà a vita. Come la notte che gli farò passare. È il caso di dire… è proprio un ragazzo fortunato, il mio Nico e anch’io, a guardarlo meglio sotto le luci accese del concerto appena terminato, non posso di certo lamentarmi. Quasi quasi con lui ci faccio per un po’ coppia fissa.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: