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Le ganasce anteriori della mia “deux chevaux”

8 settembre 2016

Sono un tipo che va veloce, ma niente paura, perché le ganasce della mia auto sono gagliarde e assai mordenti. Tempo fa me ne andavo per la statale 65 a cento all’ora, quando la spia dei freni cominciò a lampeggiare dispettosamente. Cra-cra-cra sentivo provenire dal cofano anteriore. Bum-bum-bam e presi una bella sbandata! Mi fermai contro un albero col motore e il mio umore fumante. “Porcoupé,” imprecai. “Dovevo essere per le due in città e sono già le cinque, sono in un ritardo vergognoso.”
Riuscii a uscire dall’auto aprendo a stento la portiera incastrata. Una volta fuori mi stirai i muscoli e sgranchii le gambe, feci dieci flessioni poggiando le mani rattrappite dalla tensione sull’asfalto umido. “Umido?” MI chiesi, “ma siamo in piena estate con il sole allo zenit?” Mi annusai le dita e un profumo dolciastro invase le mie narici, “benzina” pensai ad alta voce. Aprii il cofano maleodorante. Una nuvola di fumo nero mi aggredì gli occhi e la gola, facendomi tossire selvaggiamente e… “per la berlina, ma chi ha infilato la mazza dell’ombrellone fra le ruote come uno stuzzica ganasce?” Mi chiesi brandendo l’oggetto al cielo come una lancia. Presi la rincorsa e la scagliai tipo giavellotto al di là della siepe antistante, verso una fragolaia. Dopo pochi secondi un “aaargh” mi colse impreparato. Avevo colpito qualcuno? Quante domande, decisi di rispondere solo alla prima, “il figlio della sorella di mia madre, che è un gran casinista lui e le sue fissazioni di credere di essere mio cugino carnale, ma se sono vegetariano?” Rientrai nell’abitacolo e provai a rimettere in moto, cough cough burp bruuum vrooom vrooom vrooom coughe coughe coughe ecc., “santo cielo, è ripartita. Se mi sbrigo riesco ad arrivare per le sei all’appuntamento delle due. Un colloquio di lavoro. Quattro ore di ritardo per mettere subito le cose in chiaro.” Sgommai in retromarcia perdendo il paraurti, “fa niente, ne ho un altro di scorta in garage, rubato all’auto del mio vicino, una vecchia 127 sport parcheggiata lì da vent’anni.” Ingranai la prima e partii a tutto gas. In dieci minuti ero già a cento all’ora… beh, lo sprint non è proprio la caratteristica vincente della deux chevaux. Passai in terza senza calare la frizione, così… a orecchio, sentendo cantare i giri del motore. La lancetta del contachilometri balzò a centodiciassette all’ora, mentre cominciò a piovere a dirotto. “Ci mancava solo questa. Un attimo fa l’afa mi faceva sudare le meningi e ora sembra che il padreterno abbia tirato giù lo sciacquone.” La macchina ricominciò a sbandare paurosamente, “maledette gomme lisce, ma niente paura, avete mai visto ribaltarsi una deux chevaux?”
Axel Bijou

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Fiat Bersia (nel senso di: sia fatta la Bersia)

29 luglio 2010

E il giorno della genesi il deus ex machina Chimaronne disse Fiat Bersia e la storia della Bersia cominciò, ma quella di Ailati finì un po’ nella merda. L’unto dell’avvocato, che da lassù lo guida e lo sostiene, Chimaronne, targa numero uno della Taif, sposta armi e bagagliai nel paese teatro di una delle più sanguinolente guerre dal dopoguerra (per antonomasia) a oggi. Dopo non gli resterà altro che delocalizzare l’intera Bersia da qualche altra parte con costi del lavoro rasoterra e diritti dei lavoratori sempre più contorti.
Gli operai bisogna prenderli da piccoli per educarli, facciamoli lavorare da bambini, con le loro ditine saranno ottimi per la nanotecnologia delle centraline elettroniche delle nuove Punto a croce e basta, mettiamoci una Petra sopra, cala il sipario su von Kant, non ci resta che piangere lacrime amare.
Domanda: se le auto Taif vengono realizzate in Bersia sono ancora un prodotto del made in Ailati? E in Ailati, dove attualmente la Taif ha il 30% del suo mercato, chi potrà comprarle se nessuno lavorerà più?
Evidentemente l’esimio Dorf, l’inventore e costruttore del mitico modello T, doveva essere proprio un pazzo visionario se aumentava gli stipendi ai suoi operai, affinché diventassero i diretti consumatori delle merci da loro stessi prodotte. Il capitalismo si è autoalimentato fin quando è sussistita questa regola. Chi lavorava doveva essere in grado di acquistare, ora chi lavora non ha più i soldi per acquistare le merci, che si accumulano invendute nei magazzini. Quindi la storia di calcolare al secondo i tempi e al centimetro lo spazio per aumentare la produttività è una bufala. Il WCM, (Wakan’tanka Chihucoatl Manitù) che dio ce la mandi buona, è un operazione finemente strumentale per complicare al massimo la vita degli operai, indurli in errore e ancor più flessibili e agili a rendersi proni dinanzi ai padroni, scusate la rima, questi ultimi obsoleti prodromi di future nefaste crisi economiche al bacio di Giuda!
E poi basta con gli operai tutti volti al passato, d’ora in avanti si chiameranno non come gli operassi di Rimafiori, giammai come gli opererei di Nopigliamo, bensì come gli opererò di Bersia, il nuovo Walhalla dell’industria delocalizzata, vedi i calzettirerò Asmo, dove verrà prodotta la nuova Wotan Taif.
Infiliamo Pulegge


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