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Epilestasy

28 ottobre 2016

La discussione s’infervorò a tal punto che Milo ruppe un piatto sbattendolo sulla tavola. Tutti saltarono bloccandosi per un secondo. Fu un attimo, poi ripresero a discutere sul tema odioso della serata: il razzismo. Milo asseriva che nella società attuale non si poteva essere razzisti, e perché? Perché le persone, la gente, i popoli sono in continuo movimento, questo è vero, le frontiere sono sempre più aperte, ma quando mai, se c’è bisogno di lavoro in una tale zona le persone emigrano lì, a fare gli schiavi, se in un tal posto la disoccupazione ti prende allo stomaco la gente se ne va, scappa dalla fame e dalla guerra, ma incontra i respingimenti legali, no legaioli, no, no, legami col passato regime. “Società multiculturale” urlò Milo alzandosi in piedi, calice alla mano, inneggiando all’ennesimo brindisi, immediatamente seguito a ruota libera da tutti gli altri, assolutamente d’accordo con lui, fin al punto da aggiungere carne al fuoco delle idee, come sulla griglia avvampata dalle fiamme del barbecue, sul quale gli ospiti rosolavano salsicce, tocchetti d’agnello, brandelli di manzo, fettine di petto di pollo, braciole di vitellone imbottito di mandorle e uva sultanina, spiedini di tacchino e ortaggi coltivati in loco, sì, sul terrazzo di Serena e Dandiny, coppia di amiche amanti del bio e l’una dell’altra in severa biolibidine, coltivatrici al settimo cielo di prodotti biologici nelle piccole serre condominiali al settimo piano e giù fiumi di vino, birra, rhum, sakè, vin santo, sidro di mele, con la musica al massimo volume, tra risate e scherzi, baci, pacche sulle spalle, abbracci, simpatici spintoni, sgambetti per scherzo, finanche un paio di schiaffi.
Tutto rotolava a meraviglia, fin quando Marcella rotolò a terra lunga lunga. Ognuno credette fosse stato il gin o la grappa, magari il Martini, si sa: il vermouth è traditore, “ma no” urlò Gustavo, “ho conosciuto solo stasera Marcella, ma mi diceva quanto fosse astemia. Infatti, ho spesso tentato di versarle da bere, con l’intento d’ubriacarla per poi portarmela a letto di là e farmela da dietro come una pecorella smarrita, ma lei niente, metteva sempre la mano di traverso sul bicchiere. Ho anche tentato di forzarla dandole un paio di schiaffi.” Mik si fece avanti, “ah, erano i tuoi quegli schiaffi di cui prima? Dovevo immaginarlo, sei sempre il solito cafone.” Gustavo andò su tutte le furie, “ma stai attento!” Urlò Dandiny, “che mi spezzi tutte le piante di furie, sono delicate queste. Poi sai dire – quanto mi piace la pizza con le furie, – che faccio io.” Serena si mise di mezzo, “veramente la pizza con le furie l’ho sempre fatta io, “ sottolineò. Dandiny le si avvicinò mollandole un bacio in bocca, con la lingua a crêpe suzette incendiata dai troppi cicchetti di rhum. Al che tutti cominciarono a “toccarsi” a vicenda negli altrui punti proibiti, ognuno/a affrettandosi a svelarne di propri a colui o colei che si ritrovava di fianco o davanti o di dietro. Fu una fibrillazione totale, un sussulto, una smania, quasi una mossa epilettica collettiva, spuntarono anche un paio di tette e, forse, almeno sembrò, una timida testa di… cazzo, ma che faceva Marcella lì in terra? Estenuamente si contorceva tutta sola, sbattendo le braccia, scuotendo le cosce, voltando sincopaticamente, quasi al ritmo dei Mars Volta, che incutevano progressivamente tra gli astanti la musica del loro ultimo disco, la testa di qua e di là, sollevando il bacino sui talloni e poi rilasciandolo di colpo in terra, con un colpo secco dell’osso sacro sul pavimento di finto cotto. Una tarantolata, ecco! Sembrava una tarantolata, una posseduta dal demonio, “ma no, non scherziamo, che non è vero, ma ci credo,” urlò Gustavo tirandosi su la zip dei jeans in un lampo. Serena e Dandiny cominciarono a ballare al ritmo di Marcella come in una danza tribale, scompigliando i capelli dal basso verso l’alto e viceversa. Improvvisamente si creò il vortice intorno alla bella posseduta, come se dal suo corpo in preda al ballo di San Vito s’emanasse nell’aria il fuoco sacro del sabba… beh, del sabbato liponetano.
I terrazzaioli si sbattevano come selvaggi sioux e spuntarono innumerevoli calumet fumanti di pace, il giro divenne gagliardo, il tiro profondo inalato a pieni polmoni, ma Marcella continuava a rotolarsi fra i piedi degli altri, inutili i tentativi di porgerle il calumet, pareva che la pace l’avesse persa per sempre. Almeno fin quando levitò di brutto, peggio di una tota nel fono beh, se manca una “i” potrebbero anche mancare un paio di “r”, sollevandosi mezzo metro dal pavimento oramai stracotto. Chiunque ammutolì, solo gli Astral Projection spandevano nello spazio circostante le tecnonote  di Life on Mars, che niente aveva a che vedere né sentire con quella del caro David. “Io credo sia il caso di chiamare padre Ralph, l’esorcista,” suggerì Gustavo, trovando  stranamente gli altri d’accordo e consenzienti, da sempre poco inclini a dargli retta.
Portarono Marcella, leggera come spirito, di là sul letto. Era una situazione decisamente sui generis, tutti stavano sulle proprie, Gustavo sui coglioni un po’ a tutti, per quei suoi modi opportunisti, s’intende. Uscì di scena nell’indifferenza altrui, subito dopo qualcuno bussò alla porta. Dandiny andò ad aprire ancheggiando nel suo attillatissimo tubino nero a picco sul fondo schiena, sospinta dagli occhi di Serena puntati sul suo bel culetto rotondo, come se volesse spiare dal buco della scollatura. Rientrò nella stanza insieme a padre Ralph, ricordando simultaneamente a tutti i presenti il particolare che nessuno, e sottolineo nessuno, aveva mai visto in faccia padre Ralph e alle sue parole d’esordio “come si chiama questa bella puttanella smarrita,” tutti concordarono interiormente su quanto fosse effettivamente sfacciato e quanto sgradevole fosse la sua voce, maldestramente contraffatta. Milo, indispettito, chiese al prelato, “padre, si riveli e ci riveli,” ma dall’uomo di fede scaturì un ordine perentorio, “tutti fuori dalla stanza, lasciatemi solo con l’assatanata!” Di colpo Marcella piovve sul letto e un istante dopo balzò a sedere al centro di esso roteando la testa a trecentosessanta gradi. Un diluvio di bava verde inondò i presenti sospingendoli fuori al terrazzo. Si sedettero intorno alla brace ardente in un atteggiamento a dir poco credente.
Dalla stanza da letto provenivano suoni inverecondi, un mugghio non umano attribuibile più a un omaccione che a una donna esile come Marcella. Milo si spendeva in una sequela di ingiurie da prete, ingoiando di continuo bocconi amari strappandoli direttamente dalla griglia ormai tiepida. I latrati dell’uomo di fede raggiunsero decibel ragguardevoli, ma anziché essere assimilabili a ordini impartiti al maligno affinché abbandonasse il corpo di Marcella, sembravano piuttosto gemiti di piacere bestiale affinché il maligno… entrasse nel corpo di Marcella. “È il caso di gettare la spugna,” urlò Serena smettendola di lavare i piatti e, asciugatasi le mani sul grembiule, aggiunse “dobbiamo intervenire. Quel padre Ralph, di là, non mi convince, non mi gusta proprio.” Milo rincarò la dose, “già, anche a me non gustava proprio, appena l’ho visto entrare.” Dandiny chiese con stupore, “Gustava? Ma è femmina? Credevo che padre Ralph, sotto la tonaca, fosse uomo.” E che uomo! Appena spalancata la porta della stanza da letto uno spettacolo indegno li investì come lo tzunami del peccato impuro contro natura: un’ondata di sesso estorto con l’inganno ai danni di un’incapace d’intendere e di voler essere profanata a gambe divaricate, da dietro, di lato, in mano, in bocca, a pancia sotto, rovesciata sottosopra da quel porco di Gustavo travestito da padre Ralph. Lo spettacolo fece passare lo sballo a qualcuno, ma proprio a tutti in un sol istante lo fece passare il trillo del telefono, “driiin, driiin, driiin!”
Assordante.
Serena non fece in tempo a sollevare la cornetta che scattò la segreteria, “pronto, so’ la mamma di Marcella, tu sei quell’amica sua nu’ poco lesbica? Marcella mi ha detto che sei na’ brava ragazza, mi raccomando, non la fare bere, che quella mia figlia ci vengono gli attacchi apoplettici. Si sbatte come na’ indemoniata, come si l’avesse mozzicata la tarantola. Vedi… che nella sua borzetta ci ha la medicina, ricordaci che se la deve prendere… pronto… pronto, ma sti fetienti… volete rispondere o no?” Tutti si bloccarono all’istante, tranne Marcella in preda alle mille convulsioni blu, l’imbarazzo inondò la stanza riempiendo le coscienze di ciascuno e un coro unanime echeggiò sull’intero centro storico di Lipona: “cazzarola!”

Chicche e Sia

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