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Fiat Bersia (nel senso di: sia fatta la Bersia)

29 luglio 2010

E il giorno della genesi il deus ex machina Chimaronne disse Fiat Bersia e la storia della Bersia cominciò, ma quella di Ailati finì un po’ nella merda. L’unto dell’avvocato, che da lassù lo guida e lo sostiene, Chimaronne, targa numero uno della Taif, sposta armi e bagagliai nel paese teatro di una delle più sanguinolente guerre dal dopoguerra (per antonomasia) a oggi. Dopo non gli resterà altro che delocalizzare l’intera Bersia da qualche altra parte con costi del lavoro rasoterra e diritti dei lavoratori sempre più contorti.
Gli operai bisogna prenderli da piccoli per educarli, facciamoli lavorare da bambini, con le loro ditine saranno ottimi per la nanotecnologia delle centraline elettroniche delle nuove Punto a croce e basta, mettiamoci una Petra sopra, cala il sipario su von Kant, non ci resta che piangere lacrime amare.
Domanda: se le auto Taif vengono realizzate in Bersia sono ancora un prodotto del made in Ailati? E in Ailati, dove attualmente la Taif ha il 30% del suo mercato, chi potrà comprarle se nessuno lavorerà più?
Evidentemente l’esimio Dorf, l’inventore e costruttore del mitico modello T, doveva essere proprio un pazzo visionario se aumentava gli stipendi ai suoi operai, affinché diventassero i diretti consumatori delle merci da loro stessi prodotte. Il capitalismo si è autoalimentato fin quando è sussistita questa regola. Chi lavorava doveva essere in grado di acquistare, ora chi lavora non ha più i soldi per acquistare le merci, che si accumulano invendute nei magazzini. Quindi la storia di calcolare al secondo i tempi e al centimetro lo spazio per aumentare la produttività è una bufala. Il WCM, (Wakan’tanka Chihucoatl Manitù) che dio ce la mandi buona, è un operazione finemente strumentale per complicare al massimo la vita degli operai, indurli in errore e ancor più flessibili e agili a rendersi proni dinanzi ai padroni, scusate la rima, questi ultimi obsoleti prodromi di future nefaste crisi economiche al bacio di Giuda!
E poi basta con gli operai tutti volti al passato, d’ora in avanti si chiameranno non come gli operassi di Rimafiori, giammai come gli opererei di Nopigliamo, bensì come gli opererò di Bersia, il nuovo Walhalla dell’industria delocalizzata, vedi i calzettirerò Asmo, dove verrà prodotta la nuova Wotan Taif.
Infiliamo Pulegge

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Nopigliamo e l’educazione della febbre anarchica

28 giugno 2010

La sfiga di Chimaronne allo svilimento Taif è vista come il simbolo più deficiente di un’offesa alla norma anti-paura

NOPIGLIAMO – Nel Palazzo dell’elogio d’Oro di questo contuso e laccato brodo di fine Congo partenopeo, dove resti tristi di palati hanno appena consumato la frittura socialista tra la Glic e l’ex stola della Imfo, tra criticato protagonista confederativo e analizzato costituzionalista, il pendolo rintocca fra lardo-freudismo e chimaronnismo, la beota via ailatina al puttanatismo.

Griseo Chimaronne, l’alto-ascedena-sverozzi avvalorato fin qui da una mercatistica più molle caritatevole di sentimenti socialnazionalisti, se non proprio delle vescicolazioni ipnotiche da rampollo stile Adriatico Ulivetti e della fabbrica di felci, è svilente che non disegni il futuro. E, ansimante aviere a cavallo senza macchia nell’Ailati post-disneyana, ha scelto Nopigliamo d’Orca, lo sputtanamento Taif marchionnizzato d’infamia, per impiccare la “gutturale guerra di liberazione proletaria all’elargizione del lavoro”, come definita in L’organizzazione scientifica del lavoro. Forse sarà la sfiga che abbacchierà (ma con malpiglio?) la simmetria delle redazioni impresarie nel sistema economico e sociale italiano fondato sul predominio del grande capitale privato e, quindi, sulla separazione del lavoro dalla proprietà dei mezzi di produzione e dalle decisioni relative alla produzione stessa per il suo malato alito acrocefalico, che molti appetiscono commensurabile a quello della Ciarma dei Bocciofili polletti bianchi della Taif nel decimo mese dell’anno 1980? Ciò che fa godere Brahma il Creatore, Vishnu il Conservatore, Shiva il Distruttore, triplice testa governativa incartata da Luigio Mortinet, Zio Muria Coscian e Natore Batrunte, salsiccia cotta alla graticola dall’intraprendente ficona Mame  Camareligga, è gettare, come di routine, cipiglio a babordo, dove i bolscevichi, da Titti Nerbo Sfatuo a Inchi Levando, arroventano più antinomia e i menscevichi, da Giùliperi Sinerba a Trawel Trivelon fino al taifologo Repio Infossa, giocano come voyeur con de Apallisse che è atto d’orgoglio guadagnarsi il pane greggio in una caricatura di fabbriceria chimaronnizzata con 700 mille migliaia di travestimenti per intortarvi dalla Nolapio la retta della novella Landa, anziché stare con le mani in mano del tutto, accasciando nel vedere svaporare le rape nell’habitat e ringraziando l’ignoranza data da Dio, tanto la conoscenza non si compra più al supermercato della scuola proletaria.

Questa manifattura, proprio oggi, ora, adesso, al momento dedicata – nel corso della millenaria storia della Repubblica – a Gina Sbatitta Ciov, discarizzata a morire a un pelo da Lipona dall’anno della “contestazione generale”, che ebbe come nemico comune il principio dell’autorità, quando s’appiccava il fuoco alle calde foglie d’autunno, Reseca Timiro la qualificò “un pistone scaraventato dall’Iride e dalla Correntocrazia antidiluviana tra le zampe della Taif”. Un’opzione tutta arte, scienza e pratica del governo imposta non perché “la vita è un esperimento di esito incerto”, ma “perché si lavora? Per poter pagare le tasse”, che parimenti godè di squisiti aiuti, per accattivarsi i puttanieri del Mezzogiorno. Non era padrone di alcun criterio chi, secondo l’ex responsabile emissario Omero  L’Afa, attore d’anacolute automotilità, s’industriava per far carri a iosa tra l’afa al sud, inventando un esemplare d’orca di mar, tanto vale andar. Rampognò brutto Nopigliamo e la fatica lo rese peggio di uno schiavo, con il “preferirei la bistecca più cotta” a basso contenuto di colesterolo, anziché il “la bilancia segna una differenza in più di mezzo chilo” ad alto coefficiente di lassativismo, brutto calefaciente inefficiente con le andate del Lipona Laccio (sottile 2400), il Gennarì o a sud di erezioni, tanto c’è la chance di strafare i seguaci di lisca. Il momento terminale appare piano in 2800 stadi, a metà coltre di nebbia al di là della forgia dell’aviere spinto a tradire la cancrena di pestaggio. E poi l’inefficace governale dei clochard, i mestieri fessi, i taccheggi e le anomalie di Plauto rigenerato, che per due quadrienni e un biennio fu drogato fino a far imbizzire gli automacchinari. Complessivamente con puntate di buddhismo e di boicottaggio sul frutto della fabbrica, taluni come quelli che congegnò l’impalleggiabile Eugenio liponetano. Come colui che corre due volte nella tregenda ciarlatana dell’Afa uscita con 159 badili gay, trafficona automotivante di un rebelot che l’alto-ascedena-sverozzi in pull blu poverino crede or ora di essere in grado, avere la forza e la capacità, nonché disporre dei mezzi e della facoltà di sconfiggere con il metodo di un’organizzazione spinta alla produzione, derivato da una filosofia diversa e per alcuni aspetti alternativa alla produzione di massa, ovvero alla produzione in serie e spesso su larga scala basata sulla catena di montaggio di Rhy Endorf.

La “rimpollinazione” Chimaronne la sventò ancora nell’ottavo anno del bimillennio, gettando alle ortiche lassù 240 mezze migliaia di centinaia di scudi. Rinsecchì la manifattura per uno più uno di tre decadi, la obbligò a riprender colore, tutto sommato al sangue, ma neutro cielo terso e limpido, e collocò cinque migliaia di schiavi a decifrare la WCM, Walla Chassa Matubba, andata e ritornata dall’espertone popagensei Jameih Nashiyama, teoretico speculativo dello sgobbo proletario nel centenario della beatificazione, dell’eminenza nella totale sequela del Tableau de Bord, dell’assassinio di ogni “riduzione degli sprechi in quanto modo efficace per aumentare la redditività” (compreso il frutto delle mestruazioni delle popagensei, prodotto attualmente assai smerciato come monopropellente di enormi azioni eroiche ailatine). Durante l’intero quattordicesimo secolo panteisti e svalerianati ebbero transfer (tradotti al confino, ribadiscono qua sia i misurati della Glic che gli abolizionisti della Imfo) in un enorme igloo di simbologia nominale: “L’oasi dei gloriosi” con l’ano ai piedi dell’“alias piccolo via dal suv”, o “ottimo Vanculo”, il metacentro autocamionale che Orzen Nopia ha avverato con la parcella degli Sci di Ningia Zunpo, lo spasimante liponetano di Cula di Tomozelomen. Durante quei ditirambi i discendenti di un ferrovecchio ex capoccia della sezione Accartocciatura, adesso in sospensione, che non tergiversa a proferire il cottimo sofferto: “I miei discepoli se lo possono maritare”. Nisba sgobbo e tanta sballoteca e non scompagnati nel week-end. Neon e lucertole danzatrici, dato che la vita di mezzo nel totale sezionato è inferiore a 4 decadi. “Nopigliamo è una magnifica cittadella – cronopuleggia zia Babà Caramel, plurienne fiore della passione della Imfo con tre cuccioli e amante vitale a Lanomi, la qualunque non può evidentemente possedere la Padan che contribuirà alla produzione, bollando il fiasco di uno dei pilastri della filosofia sociale che sostiene che ricchezze e profitto possono essere raggiunti con alti salari che permettono ai lavoratori di acquistare i beni che hanno prodotto – chi è esteriore brama di penetrare, chi è interiore appetisce di essere estratto”. E il futuro ci sbigottisce con un discorso di esaltazione sperticata di quell’inimmaginabile mellivora  di Chimaronne: “Per ello ho venerazione sovrastimata, intuisco ottimamente ciò che pretende di portar via dai termini e dai vocaboli degli indovinelli, ma sa perché scopo quando sono frustrata? Giacché in codesto cimento ho un’arma bianca nell’anca e non sul grugno come lui. Non ho nessuno sconto di pena senza una legge possibilmente opzionabile, come in un casotto con un gruppo di quattro soldati alle dipendenze del caporalato”.

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Le giuste tentazioni della vita tra contratti di lavoro e diritti negati

16 giugno 2010

Mi preme, mi soffoca, non riesco a togliermi l’idea dalla mente. È un assillo, un incubo, una mania, ecco cos’è, ma andiamo per ordine: oggi, 17 giugno 2010 ho deciso di uccidermi! Eh si, proprio così, è umano, no? Magari, poi, si cambia idea, qualche amico o amante o entrambe le cose ci fa tornare sui propri passi o almeno rimandare. Anche perché la vita di tentazioni ne offre tantissime. Potere, denaro, sesso e non necessariamente in quest’ordine. Insomma, c’è n’è da riempirsi le tasche, la bocca e il culo, magari. Roba capace di mettere in moto tutti i sensi, acuire tutte le voglie. Tutto a portata di mano, non resta altro che soddisfare qualunque desiderio in qualunque modo possibile. Basta una telefonata al numero di cellulare giusto del faccendiere giusto, che ci procuri immediatamente i giusti sollazzi in cambio dei favori (ooops… cambio di consonante: la “l” al posto della “f” e vinca il peggiore) giusti, il tutto legalmente fatturato come consulenza, con tanto di contributi pensionistici e ferie pagate. Basta razziare nel supermarket delle opportunità, come tutti. Non proprio tutti? Per me di sicuro, perché a me non manca nulla, ma proprio nulla di nulla. Ho tutto. Sono il rampollo di una delle famiglie più potenti del paese. Di quelle a cui è sempre andato tutto per il verso giusto. I cui componenti sanno a memoria la Parte giusta con la P2 maiuscola: sempre al posto giusto nel momento giusto e nel modo giusto. Giusto per darvi un’idea: il generale dell’areonautica tal Balillo Ferrascio, nella notte tristemente famosa in cui venne precipitato per esplosione strutturale naturale quell’aereo nei cieli di tale isoletta sperduta nel mare oscuro italiano, in cui morirono 81 persone… è mio zio. Bellamente assolto, dopo circa trent’anni d’inchieste. È il padre di mia cugina defunta la contessa dell’Orzata, il cui assassino è sparito in qualche paradiso artificiale, per non pagare le proprie colpe allo stato italiano (che allo stato attuale delle cose versa davvero in una crisi del cazzo tale che, ormai, ai cittadini onesti – questi sconosciuti – toccherà tagliarsi le palle, ma solo perché così potranno risparmiare sulla taglia delle mutande, ndr.)

Ma torniamo a me, alla mia idea d’uccidermi. Io ho tutto, già vedo il mio raggiante futuro tracciato nella storia del nostro paese. Già mi vedo organizzare… no, no, ordire trame oscure per la sicurezza della mia nazione, in combutta con i doppi servizi segreti di famiglia. E poi tutto il resto: il potere, la droga, il sesso. I festini con le escort (ooops… cambio di parola: “massaggiatrice” al posto di “puttana.”) Ricordo ancora, a futura memoria, quando farò sesso con quelle quattro modelle: Gisele, Adriana, Bianca e Naima. Ricordo soprattutto quest’ultima che mi starà, sempre a futura memoria, appiccicata addosso come una patella allo scoglio. Una noia! Per togliermela di torno dovrò rovinarle la carriera, raccontando a tutti i miei amici stilisti quanto sia una spia della polizia. Addio coca e mamma mia! Farà la barista in qualche bettola in quel di Poggiolongone. Ora, qualcuno sta pensando che voglia ammazzarmi proprio perché ho tutto e quindi non desidero più vivere? Perché faccio una vita troppo comoda, ho la strada spianata, la certezza di un ricco e prosperoso futuro? Tutt’altro, questi sono i motivi per cui amo vivere, mica la causa della mia idea suicida. Se fossi povero mi sarei già ammazzato, ecco. Non sono mica stupido. Il punto è un altro, ma adesso voglio parlarvi dei soldi. Dei soldi che possiede la mia famiglia, con i quali compro tutto: favori, amicizia servile, amore incondizionato.  La gente, al mio cospetto, mi saluta inchinandosi a novanta gradi. Si prostra. Lo fa apposta, ne gode ad apparir zerbino e io mi ci pulisco i piedi sopra. Se lo merita, ma se fa il bravo e mi lecca la mano io gli getto un bell’osso da spolpare. Quando, poi, il denaro non basta uso la forza, la forza del potere della mia famiglia. Che famiglia! La Famiglia per antonomasia. “Baciamo le mani, picciotti.”

“Figghiuzzi beddi mei, mi chianci lu cori picchì stiorno uno da famigghia ‘ni tradìo e pittanto è “inspiegabilmente” scompasso… Stamo chiancenno tutti nta famigghia ‘pi la scumpassa di lu amatu frate (bafantoculo) salutamo, figghiuzzi mei.” Don Vito Corleone (tratto inopinatamente da intennette.)

Quando avevo sette anni mio padre mi mandava su alla Regione a portare le mazzette agli assessori in cambio dei giocattoli… gli appaltuzzi. È stata la mia scuola: qualcosa dovevo pur imparare, visto che la laurea l’ha comprata il mio babbuccio ai saldi di fine stagione culturale. Che poi non era il mio papà naturale, bensì il mio padrino putativo, anzi… imputativo. Imputato al maxi processo di fine anni ’80, ma assolto con formula piena e nominato Cavaliere del Lavoro con onorificenza del Capo dello Stato italiano, allo stato delle cose in una cazzo di crisi del cazzo, ma tant’è che a noi della famigghia poprio nun ce ne impotta nu’ ficu sicco. La storia ci ha dato ragione. la malavita paga, eccome se paga. Sono cose che a noi galantuomini prima o poi ci dovevano tornare, dopo anni di duro lavoro sporco, come le stragi dei primi anni ’90. Tutta una storia di dare e avere, adesso stiamo incassando il dovuto. Chi ha dato di tritolo ha dato di tritolo, chi avuto il cazzo in culo ha avuto il cazzo in culo. A ciascuno il suo, a noi il vostro. E tangentopoli? Tutto rientrato. W la restaurazione e in culo ai giudici, quei cattivisti. Così incivili, rompere le palle alla gente disonesta che lavora perbene, che fa, che è partito che lavora. ‘Nzémmula de lu parrìnu, burgìsi di Calatafimi, arrivintàvamo pe arricugghìrisi dalla mattanza cu la lupara delli picciotti farfànti. Stì cazzi! W il partito delle leggittime libertà.

Torniamo al punto e croce cruciale della via crucis del mio suicidio, ma prima desidero raccontarvi di quando ho convinto quella ragazzina rom a ciucciarmelo di brutto nei cessi della congrega delle santissime Orsolette di stà minchia, che io mantengo in cambio di qualche verginella per i miei trastulli… di quando ho fatto inciampare quelle due cugine americane, così alte, le chiamavo le torri gemelle, che spilungone… oppure di quando quel mio parente emigrato negli States fece accoppare quel tale, Jhon il presidente K… SLAM!! “Aò e basta, ma chi te credi d’esse?”
“Chi è lei? Come è entrato qui? Come si permette?”
“Come ti permetti tu? So’ du’ ore che me stai a’ rompe li’ cojoni con sta fregnaccia che te voi ammazzà, ma quand’è che mori tu e’ stì quattro stronzi de lì parenti tua?”
“Cosa sa dei miei parenti, che ci fa qui, mi spiega?”
“Ma che te devo da’ spiegà, te ll’ho già detto: me staje a rompe lì maroni, so de’ foco… a viè qua che io ti…”
“Aiuto, non mi torca il braccio, bruto. Proprio non comprendo come lei abbia fatto ad arrivare sin qui.”
“Senti a’ bello, che te sei bevuto er cervello? T’ho detto che me staje a’ strummà da due ore bone con stà lagna tua. C’ho nella capoccia come na tiritera mortale… e poi e’ donne, e’ sordi, ma chi ll’ha visti mai? E tutto per corpa de voiantri. De quelli con la facciaccia tua, ma sai che te dico? M’hai proprio scassato er cazzo!”
“Gesù, che scurrile.”
“Scurri… che? Viè qua che mo’ te faccio score ‘nfaccia na’ marea dè cazzottoni, che te devi da metterte er cappuccio ‘ntesta pe’ non spaventà li regazzini.”
“Ahi, mi sta spezzando il collo, sof-soffoco… cough, splut…”
“Ah no eh… già me voi morì? Tu devi da’ stà bene perché devi da’ venì con me. Annamo, te vojo fa provà na’ botta de’ vita.”
“Villano, dove mi vuol portare. Vigliacco!”
“Vigliacco a me, ma non ci’avevi la “famigghia” alle spalle? E mo’ ‘ndo stanno? Se so’ scordati de n’infame come e te?”
“Dove mi vuol portare?”
“Sta zitto e scenni le scale.”
“Ma fa freddo per strada, mi lasci prendere il giaccone di pelle…”
“De’ pelle te basta la tua e te porto ‘ndo cacchio me pare.”
“Bruto!”
“E che staje a’ ddì? Anvedi questo, bruto io? Ma non c’hai d’avè paura, non te volevi accide prima? No, eh? Me sei stato a pigliarme p’er culo tutto er santo giorno. Ecco… semo arivati.”
“Arrivati dove, che postaccio è mai questo?”
“Semo arivati da Romolo er magnetofonato.”
“Chiii?”
“A Romolo…”
“A Remo… a lì mortacci…”
“A Romolo, guardi chi t’ho portato?”
“Anvedi sto’ impaccato, j’esce er verde dar culo. A Remo sei popo er peggio, ma ‘ndo l’hai preso?”
“L’ho raccattato pe’ strada e mo’ spieghece perché te chiamano er magnetofonato.”
“A viè qua, che t’ho spiego, ma prima mettete un po’ nudo…”
“Brutti sporcaccioni, che mi volete fare?”
“Daje, stracciamogli lì stracci da dosso.”
“Ehi, ma che maniere, la mia camicia di chiffon, me la rovinate tutta.” Straaap! “Anvedi questo, sto’ broito, antasa po’ guarda’, fai popo schifo ar cazzo, me pari l’homo erore.”
“A Romolo… me ne devo d’annà, c’ho li cazzi mia da sbrigà. T’o lascio a te, facce qu’er che te pare.”
“A Remo stammi bene e salutame tu moglie, li regazzini e puro tu nonno in cariola e tu viè qua, ‘ndo scappi… mo’ me te curo co’ ‘na supposta de carne.”
“E cosa mi significa?”
“Che te’ significa? Tè piaciuto fatte la zingarella e tutte le sbrindellone de l’attricette tua e mo’ nnamo de là che te rettifico la vena cacatoria. Appropinquate, damme er culo e non te move che te corco de botte… Anf, anf, anf, aaah.”
“Ahi, uhi, ohi, che male.”
“Dimme che te piace, dimme che te piace se no ce n’avemo pe’ n’antre du’ ore de fila.”
“Mi piace, mi piace…”
“Ah si, te piace? E mo’ te apro come ‘na sdraio e po’ te chiudo come ‘na graziella… Arf, arf, aaarf…

Cinque ore dopo.
“A Romolo so’ Remo, so’ tornato.”
“A Remo sciao, come t’arza?”
“Da pajura”
“To’, pijete sto mandrillone.”
“Annamo va.”
“Dove mi porta ora?”
“Niente, niente, a fa’ un turno in fabbrica a Pomigliano.”
“Oddio, ma io non ho mai lavorato in una fabbrica alla catena di montaggio.”
“Ma tu non hai mai faticato in tutta la vita tua, nn’hai mai fatto un cazzo.”
“Perché proprio a me?”
“A chi tocca ‘n se ‘ngrugna.”
Dopo otto ore di turno più due di straordinario obbligatorio, con tre pause di dieci minuti ciascuna e nessuna possibilità d’allontanarsi dal lavoro in linea, dopo diecimila movimenti sempre uguali, a stento torcendo appena appena il busto secondo i livelli di prestazione lavorativa con le modalità previste dal sistema WCM e dal sistema Ergo-UAS…
“Sono distrutto, ma che razza di turno è questo? Chi ha mai potuto organizzarlo e come mai gli operai non si ribellano? Credevo che fossero tutti lavativi e sempre intenzionati a fare sciopero, invece… ma adesso dove siamo, cos’è questo quartiere malfamato?”
“Ma statte zitto! Semo da sora Cecilia. A Cecì, guarda chi t’ho portato?”
“Ueee,  guarda nu’ poco chi c’è sta? Remo bello. Comme staje, a’ quantu tiempo ca’ nun ce vedimmo?”
“A Cecì, so venuto fino ar pofondo sudde pe’ portatte sto’ svergognato che da oggi in poi pensa a te e alli sette regazzini tua, sei contenta?”
“Sette figli?”
“Ma statte zitto… anvedi a Cecì, nantra vorta colla panza?”
“E che vuò fa’, Remo. Se vede ca’ a’ Madonna accussì vo.”
“A Cecì, e e’ regazzini?”
“Aspè, mo’ e’ chiammo, stanno mieza a’ via. Nun ll’aveva chiammate ancora pecché nun tengo niente pe’ dà a’ magnà. Gennarì, Sarvatò, Antonietta, Cicciariello, Carminiello, Annarella, Jessicah… è l’urdima arrivata, a cchiù piccerella.”
“Anvedili tutt’e’ sette, come so’ belli e come crescheno.”
“Mammà che vuò, chi è  stù signore, me par’o’ pesce.”
“Gennarì e sì sempe tu, se vede ca’ nun e’ maje tenuto nu patro ca’ te ‘mparava l’educazzione. Stù signore, che è accussì buono, è o’ patro vuosto nuovo ca’ v’ha purtato nù sacco e’ cose bone a’ magnà.”
“No no, cara signora, c’è un equivoco, io non ho portato nulla.”
“Uè bello, ca’ nuje tenimmo famme, tu staje tutto ‘ncruvattate, pure sie faje schifo o’ cesso. Tieno tutta a’ giacchetta ‘nguacchiat’e’ grasso, ma ca vaje facenno, zuzzuso.”
“Ma cari bambini… no, no, che fate? Non mi saltate addosso. Suvvia… non ho niente nelle tasche.”
“Aò, tenimmo famme, addò a’ tiene a’ robba e’ magnà… e caccia, ma tiene propito a’ cazzimma de moicane.”
“T’o dico io a cecì, stò burino s’è magnato tutti li sordi ar bare coll’amici sua, stò ‘nfame.”
“Ma comme, ma sje propito nù rinalo, ma stù figghio e’ na’ jettate e’ mazze. O’ ssaje ca mammeta faceva e’ bucchine ‘ncoppa a ruanella. Chella granda puttana addò sta mo’, creature acchiappate a’ stù ricottaro. Pigliatelo a capate ‘nfaccia, scommatelo e’ sanghe, o’ sanghe e’ chi ll’è stramuorto.”
“Mammà accedimmolo e’ mazziate a’ stù piezz’e’ merda.”
“Aaargh, no… che fate? In fabbrica non mi hanno dato un soldo. Mi hanno sfruttato e poi cacciato in malo modo… no, no, la padella nooo…”
““Aaah a’ caccavella nun te piace… e allora acchiappa stù fierro da stiro ‘nfaccia, accussì pote ghiessere ca’ t’affezzione e’ criature, llatrinaaa…”
“Aaargh, ahi, uhi ohi…”

Dopo diciotto ore di viaggio disumano a bordo del treno Inferncity di Frenitalia…
“A’ fracicone arepijate che semo arivati a Termini Imerese che te devi da fa antre dieci ore de fabbrica.”
“Oddio, Giuseppe e Maria, non ce la faccio più.”
“E non bestemmià che te porrebbe annà peggio. Aò, baciamo le mani cumparieddi belli.”
“Picciotti, talea chi ci stari, don Remo amatissimo… e chi ghiè stù scimunitu?”
“È er vostro compare de lavoro.”
“Aaah, aviri ri bisùognu di travagliare con nuàvutri, ma aviri vogghia di travagliare?”
“Ma che voglia e voglia, è uno ca non ha mai faticato in vita sua. ‘Mparateglie er mestiere.”
“Nooo…”

Dopo altre dieci ore di lavoro con il ricatto che se si fosse fermato, anche solo per pisciare, la fabbrica intera sarebbe stata trasferita in Lapponia e chi ci sta, ci sta e dopo un viaggio di ritorno con il regionale delle cinque e un quarto e arrivo previsto tre giorni dopo alla capitale…
“Mamma mia, sono distrutto. Che vitaccia…”
“Nè più nè meno de la vitaccia che famo noiantri gente de er popolino, che v’avotamo e pagamo le tasse. Ora tocca a te pe i prossimi trent’anni de la vitaccia tua.”
“Mi sento poco bene, svengo…”
“A’ Remo, ma chi è sto poraccio, porello ma che l’hanno mozzicato i lupi?”
“E che ne so io, sor Artù e pensatece un po’ voi, ca io non lo reggo più. Adesso c’ho da fa, devo d’annà via. Bonanotte a tutti lor signori.”
“Sciao a’ Remo, statte tranquillo che a lui ce pensamo noiantri.”
“Artù… e voi venì a giocà, tocca a te.”
“E un momento, anvedi stò ‘mpiccio e mo’ ‘ndò lo sbarello a questo?”
“Ma sbattilo da quarche parte, che te frega, mica è tu nonno. Buttelo su quella branda.”
“A’ Tullio, ma su quella branda stammatina c’è morta la vecchia de colera.”
“Anvedi questo… e che te frega? A’ vecchia è morta, mica se po’ offenne.”
“E c’hai ragione c’hai, mo’ o’ lascio popo qua. Passa le carte, dai… giocamo.”
“Ahi, ahi… dove sono? Ah, ora ricordo… la fabbrica, quell’orda di bambini… sono tutto un dolore. Ho bisogno di cure. Aiuto, non c’è nessuno, aiut…”
“Aò, ma statte zitto che c’avemo da fa.”
“Aiuto, presto, sto malissimo, devo avere le ossa rotte…”
“Ma anvedi questo, ce voi fa giocà o no?”
“Ma non c’è un dottore, io ho bisogno di una visita. Aiutooo…”
“A Tulliè, sto scoreggione a furia de strillà fa venì er primario che ce fa du cojoni così. Avemo da agì.”
“Artù, mo’ ce penso io, non t’agità.”
“Che je fai?”
“Fidate, je faccio na’ bella pera de morfina, così non strumma più li maroni a noiantri che ci’avemo da fa. Ecco qua, è pronta sta bella punturina pe’ er signore tanto bono e caro.”
“Cosa, morfina? Ma lei è fuori di senno? E poi com’è grossa? Mi ucciderà.”
“Ma no che dice?”
“Basta! Non ce la faccio più.”
“Ma dove va? Non s’alzi che è debbole, arivenga qua che je faccio sta punturina ar culo che je fa bene.”
“Basta, di qua dove si va?”
“Fermete, ma che faje, che voi aprì? Là c’è er barcone, prendi freddo, te fa male.”
“Aaargh, tonf!”
“Anvedi questo, s’è buttato de sotto. Artù sto burino s’è ammazzato.”
“S’è ammazzato? E che te frega, pensa a’ salute, tanto stava più de là che de qua e adesso sta tutto de là. Che sarà mai? Sarà er destino incognito?”
“Ma sai che te dico Artù? Che c’hai popo ragione, passa un po’ le carte, và. Dai, giocamoce sta briscola e poi, secondo me, doveva da esse popo da a’ Lazio.”

Sor Nello


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