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Il muro bianco n. 3

1 ottobre 2016

Ero lì a osservare la mia crepa nel muro preferita pensando “la mia vita è il rischio e rischio la mia vita. Corro sulla lama del rasoio e me ne infischio, scartando l’ipotesi di radermi la barba.” Folta e incolta come il giardino oltre il muro bianco, che bellamente fissavo, con cipiglio. Increspando la fronte, contraendo le ciglia in segno di turbamento, irritato come una mosca per caso poggiatasi sulla carta moschicida, invischiato nella maledetta promessa fatta a mia moglie di falciare l’erba, ma ero al di qua del muro. Gettai un’occhiataccia alla mia crepa nel muro preferita, laddove l’intonaco era più volatile, aleatorio, quasi diafano, che dalla superficie increspata quasi lasciava passare la luce. In manica di camicia restai di stucco, corrugato come la mia fronte, dietro la quale celai la mia immaginazione: prato all’inglese con erba falciata di fresco! Improvvisamente mia moglie entrò nella stanza con falce e martello. “Ora ce l’hai,” disse con il pugno chiuso, “va e falcia” m’intimò. Con tono intimo sussurrai “e il martello?” Sibilò “rodo dentro! Il martello ti serve per inchiodare i tralicci.” Trasalì e aggiunse “un giorno o l’altro mi farai crepare.” Istintivamente osservai la mia crepa nel muro preferita, oltre il quale già sudavo. M’alzai di scatto, presi gli arnesi e m’avviai oltre il giardino, non avevo chance! Né altro giardiniere che mi aiutasse a calar la falce a filo radente sulle erbacce selvatiche. Stavo per menare il primo colpo quando osservai sott’occhio mia moglie uscir sottecchi. “Qua c’è di mezzo un sotterfugio” pensai e m’accinsi a tornare al mio pertugio. Rientrai in casa defilato e affaticato per la fatica di star per faticare.
Mi rimisi seduto a rimirare il muro, bianco senza tuorlo d’uomo.

White Wallace

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