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Ai miei tempi si giocava di rimpallo

31 agosto 2016

Ho la fantasia talmente allenata che appena mi soffermo a pensare comincio a sognare a occhi aperti un’esistenza frenetica, piena di storie, gente, feste, amori, sesso… Dopo di che mi restano tre cose da fare della vita: viverla, interpretarla, descriverla. La prima cosa è troppo impegnativa perché sono un pigro terminale, la seconda è troppo difficile perché a recitare sono proprio un cane terminale, la terza nemmeno a parlane figurarsi a scriverne, magari seduto a un terminale di computer, con tutte le sue funzioncine di copia e incolla, stacca e attacca, piglia e molla, scova e schiatta, ma nemmeno col mac sono capace di arrotondare un discorso che non quadra proprio mai, come un tubo che faccia acqua da tutte le parti, come condire l’insalata nello scolapasta e poi dire “manca di olio e sale.” Già, manca di sale, è sciapa, sciatta, sciagurata sciatalgia che mi prende tutte le volte che vado a giocare a calcetto. Ci penso tutto il giorno. Già l’attività agonistica mi mette ansia, non sono fatto per vincere, sono poco competitivo, ma poi ogni santissima partitella fra amici sono sempre il protagonista della serata. Già… in negativo, però. La gara mi mette in un tale stato di fibrillazione che vivo 90 minuti d’angoscia, al punto che per porre fine all’agonia butto la palla nella nostra porta. Sempre! Non riesco a farne a meno. È più forte di me: la paura di perdere è talmente grande che faccio di tutto affinché la mia squadra perda, una buona volta e per sempre. Una volta segnai tre autogol, uno persino dalla rimessa laterale, tirando la palla direttamente nella nostra porta con le mani, mentre il nostro portiere era quasi a centrocampo per aiutare il resto della squadra a cercar di rimontare un pessimo risultato, visto che già perdevamo due a zero e per demerito mio. Non vi dico poi le litigate con i miei compagni di squadra. Tutte le volte devo arrampicarmi sugli specchi a mani sudate. Quant’è difficile riconquistare la loro fiducia, promettere d’impegnarmi di più, di non fare più cazzate, di non regalare la partita agli avversari, che poi ci sfottono tutto il tempo sotto le docce, con gavettoni di piscio, cartocci di merda nelle borse delle tute, scarpe ficcate nei cessi con tanto di sciacquone tirato a ripetizione. Non vi dico i vestiti che fine fanno, poi… la maggior parte delle volte ci tocca uscire dagli spogliatoi nudi come vermi, persino in inverno con cinque gradi sotto zero, senza nemmeno la possibilità di asciugarci i capelli per via che troviamo sempre i fili tagliati dei phon, al meglio sotto il rubinetto con l’acqua aperta a manetta. Superare il cortile del campetto è la cosa più difficile, perché è circondato da palazzi e quegli stronzi dei nostri rivali ci aspettano e all’improvviso ci sparano i fari in faccia e strombazzano con i clacson. Noi non capiamo più nulla, accecati dalla luce abbagliante diventiamo facili bersagli in movimento per tutta la gente che si affaccia ai balconi, ci vede tutti nudi nel bel mezzo del piazzale e comincia a tirarci addosso di tutto: scarpe vecchie (che in parte recuperiamo per indossarle e ripararci i piedi dai cocci di bottiglia che di lì a poco dissemineranno il terreno), bottiglie di vino di pessima qualità (piene), piatti e bicchieri (di quelli pesanti e infrangibili, tanto il giorno dopo scendono a recuperarli), piastrelle di rivestimento espiantate dalle facciate delle C.A.S.E. (Case Abitate Senza Essere, moduli abitativi popolari progettati dal celebre architetto Kenzo Piange), spranghe di metallo divelte dalle ringhiere, tavelloni, mattoni di cotto rosso, buste di scorze di cozze, pezzi di lavatrici, televisori malfunzionanti (di quelli pesantissimi vecchio tipo a tubo catodico, mica quelli leggerissimi tipo lcd a schermo piatto), cessi e lavandini falsi firmati, gatti randagi e piccioni (che ignari si trovano presso i balconi, vittime inconsapevoli di una strategia della tenzone all’ultimo sangue.) Il nostro, perso a fiotti come conigli tagliuzzati con la trinciapollo, in un lotta senza quartiere, abitando a due passi dalla superstrada che attraversa il vuoto assoluto, come le teste dei nostri antagonisti che terminano il loro show in un carosello di macchine mulinanti intorno a noi, riempendoci di sabbia e rabbia una bocca troppo amara per reagire seppur verbalmente, argomentando il nostro dissenso in maniera educata e civile, mentre ci piove addosso l’indicibile umano, arricchito dalle migliori espressioni semantiche emblema del protolinguaggio del terzo millennio: il malaviliota, ma la frase che più ci esaspera è “zuzzusi, ghiat’a’ fa’ e’ ricchiune a n’ata parte!” Senza nemmeno conoscere le nostre abitudini sessuali e il resto della serata passata da parte di un paio di noi a domandarsi “ma come cazzo hanno fatto a saperlo se non ho ancora deciso di fare coming out?”

Alfredo Barnelli


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